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Emmanuel Macron, primo presidente militesente della V Repubblica, non ha mai avuto un gran feeling con i suoi generali. Tutti ricordano la clamorosa lite del luglio 2017 tra il neo presidente e il capo di Stato maggiore delle forze armate francesi, il generale Pierre de Villiers. Una baruffa innescata dall’improvviso annuncio di tagli (ben 850 milioni di euro) al bilancio della Difesa. L’ufficiale protestò ricordando al presidente le sue promesse elettorali di un aumento delle spese militari sino al per cento del Pil. Inutilmente. Macron non gradì e il 13 luglio, alla vigilia della sfilata, trasformò il tradizionale ricevimento dello Stato maggiore all’Hotel de Brienne in un’umiliante reprimenda contro i suoi generali, de Villier in primis: “Non considero dignitoso imbastire certi dibattiti in pubblico. Io sono il vostro presidente. Gli impegni che assumo rispetto ai cittadini e alle Forze armate, io li so mantenere. E non ho bisogno nè di pressioni, nè di commenti”.

Uno schiaffo che l’orgoglioso de Villiers non poteva ignorare. Da qui la sua decisione di dimettersi con una dichiarazione al cianuro: “Nelle circostanze attuali, ritengo di non essere più in grado di realizzare un certo modello di forze armate in cui io credo, per garantire la sicurezza della Francia e dei francesi, oggi come domani, né per sostenere le ambizioni di questo Paese. Pertanto mi faccio carico delle mie responsabilità presentando oggi le mie dimissioni che sono state accolte”.

All’incidente seguì un glaciale silenzio tra l’Istituzione militare e l’Eliseo. Ma già nel 2018 il mercuriale Emmanuel iniziò a riaprire una sorta di dialogo a suon d’investimenti: 300 miliardi di euro spalmati su sette anni che nel tempo hanno consentito la progettazione di una nuova portaerei a propulsione nucleare (il varo è previsto nel 2038), un programma per nuovi sottomarini lanciamissili, nuovi fondi per i servizi segreti e per il settore aerospaziale e, dopo anni di dimagrimenti, un’importante campagna di reclutamento affiancata alla costituzione del Service National Universel (una sorta di mini naja, in teoria propedeutica al servizio militare).

Spese ingenti ma assolutamente necessarie. Ricordiamo che Parigi non ha mai lasciato l’Africa e ha continuato ad esercitare nei decenni una forte influenza geopolitica e geoeconomica sugli ex possedimenti. Per tutti gli inquilini dell’Eliseo, da Charles de Gaulle a Emmanuel Macron, una priorità strategica: la Françafrique era (e rimane) il laboratorio dell’eccezionalismo gallico e la garanzia dello status di grande potenza. Lo dimostra l’operazione Barkhane in corso dal 2013 nel Sahel a sostegno dei governi locali insidiati dal terrorismo jihadistista e dalle lotte tribali: 5100 soldati francesi impegnati in un conflitto difficile contro un nemico sfuggente e imprevedibile. Un impegno pesante. Dopo cinquantasette caduti e tanti soldi — soltanto nel 2020 l’operazione Barkhane è costata oltre un miliardo di euro — Macron ha dovuto digerire lo sfilamento del Mali (ormai in orbita moscovita…) ed è stato costretto a rimodulare il dispositivo militare e richiedere ai partner europei un più ampio coinvolgimento nelle dinamiche della crisi perché, come rivendica la ministra della Difesa Florence Parly, “quella contro il terrorismo non è solo una guerra della Francia, ma è una guerra dell’Europa e dei suoi alleati”.  

Una chiamata alle armi a cui hanno risposto in pochi. La prudentissima Germania, subito seguita da altri soci, al solito ha preferito glissare.  Per il momento la Task force Takuba – lo zoppicante strumento multinazionale che affianca l’operazione Barkhane – conta un centinaio di soldati estoni, una sessantina di militari della Repubblica Ceca, 150 svedesi e — per decisione del governo Conte bis — 200 specialisti italiani. Belgio, Olanda, Portogallo e Grecia hanno assicurato soltanto un appoggio logistico.

Inevitabilmente il conflitto in Ucraina ha ulteriormente riavvicinato il presidente al mondo militare. Con esiti ancora controversi. All’indomani dell’invasione ha posto la questione difesa al centro dei suoi discorsi e, di conseguenza, della campagna elettorale in corso. Per i suoi rivali destristi Le Pen e Zemmour — assai vulnerabili sul problema Putin — un problema non da poco e un bel imbarazzo per il sinistroso pacifista Mélechon privo di argomenti convincenti sull’argomento.

Il 28 febbraio, il quarto giorno di guerra, Macron si è rivolto solennemente alle forze armate e dall’alto della sua carica di capo supremo ha ribadito la sua “totale fiducia personale” nei loro confronti e ha annunciato la sua volontà di “rinforzare in questi tempi tragici il legame tra l’armée e la nazione”. Da qui la decisione di aumentare il numero dei riservisti e l’ordine di raddoppiare il dislocamento operativo dei sottomarini, gli invisibili custodi marini della dissuasione nucleare francese.

A scanso d’equivoci il marito di madame Brigitte ha cercato il look adatto: il 14 marzo Soazig de La Moissonniere, fotografa ufficiale dell’Eliseo, lo ha ritratto alla sua scrivania: sguardo marziale, un’inusuale barba lunga e indosso la felpa dei Commando paracadutisti, la mitica CPA 10 punta di lancia delle forze speciali transalpine. Un “coup de théâtre” — il “Wall Street Journal” lo ha definito “effetto Zelensky all’Eliseo” — che ha scatenato l’ironia delle opposizioni e imbarazzato anche i macronisti più convinti. Ma il presidente-candidato è rimasto (almeno apparentemente) inscalfibile, convinto com’è che anche una posa guerriera lo aiuterà a convincere il prossimo 24 aprile gli elettori francesi.

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