Emmanuel Macron è populista tanto quanto Marine Le Pen, almeno nell’accezione negativa del termine. Nella sfida finale per l’Eliseo, infatti, c’è un tratto comune che la maggior parte dei media stra tralasciando. L’analisi più calzante al riguardo  l’ha fatta Bernard Accoyer, ex presidente dell’Assemblea nazionale: “Macron? È un populista elegante, un Beppe Grillo che veste Armani”. Quello che gli si rimprovera, insomma, è la sempre più comune rincorsa da parte dei politici ad assecondare le istanze degli elettori, non presentando un programma coerente e strutturato. Il politologo Alain Duhamel, invece, di Macron ha detto: ” è una sorta di prototipo, una macchina da corsa fabbricata forse troppo in fretta. Il motore è brillante ma potrebbe fondere all’improvviso”. Il leader di “En Marche!”, dunque, è il prodotto di un’operazione di marketing dietro la quale ci sono quei potentati contro il quale il populismo si scaglia. Eppure il metodo utilizzato per architettare una candidatura del genere, non può non essere interpretato come populista. Il candidato opposto al Front National, insomma, per quanto incarni il profilo perfetto per l’establishment, combatte il populismo con le medesime armi.   Scrivono su Linkiesta: “Si è presentato come un outsider rispetto ai partiti tradizionali, alla guida di un movimento personale nuovo di zecca, comparso sulla scena politica giusto un paio di mesi prima delle elezioni. È un fervente sostenitore della necessità di avere “più Europa”, ma anche nel suo approccio all’Unione si può parlare di“populismo europeista” “. Ma di quale populismo fa parte Emmanuel Macron? Se il Front National è facilmente definibile per mezzo degli studi di Taguieff ” national populisme”, il leader di “En Marche!” potrebbe, ai meno esperti, apparire come non etichettabile. Durante la metà degli anni 80’ il termine “national-populisme” prende vigore grazie all’affermazione del Front nelle Europee dell’84, quando ottiene l’11 % dei voti, facendo sì che quella dei lepenisti divenga una questione aperta nell’intero mondo occidentale. Questo legame si rafforzerà nel tempo, tanto che il definirsi un movimento populista arriverà ad essere una definizione auto-nominalista, come quando nel 2002 il FN userà come slogan: “ Front populiste”. Quella populista, dunque, finisce per essere un’etichetta piacevole per il frontismo, il quale se ne appropria più che volentieri. Il segno distintivo sono le dichiarazioni degli ideologi e dei dirigenti di partito: Michele Collinot, esemplificativamente, scrisse sul numero di National Hebdo, del 23 Ottobre 1986: “la destra che osa, la destra delle convinzioni, la destra popolare e populista”. Emmanuel Macron, invece, è il portatore sano in terra francese di quello che i politologi chiamano populismo indefinito. I tratti del popolo nel populismo Undefined sono prettamente plebiscitari, tendenti a far sì che la comunità nazionale ritrovi l’unità perduta, finalizzati al 100% dei consensi.  Si potrebbe specificare che se per il Right-wing populism ( Le Pen) la sovranità è sempre caratterizzata da una qualificazione nazionale, ristretta ai confini del paese all’interno del quale viene sollevata la rimostranza di una ridefinizione delle gerarchie delle forze in campo tra il basso della democrazia, cioè il popolo, e l’alto, ossia gli enti nazionali e sovranazionali, per il tipo Undefined, la sovranità è sempre e comunque  mediata da svariate ed indefinite identità,  che non attingono giocoforza all’irrazionalità paventata da quello che sarebbe un sentimento emozionale stimolato da un leader unificante, ma ad un’istanza solidaristica includente quelli che Judith Butler chiama corpi intermedi. E quali sono questi corpi intermedi per Macron? gli imprenditori della new technology, i giovani che vogliono diventare miliardari ( per stessa ammissione di Macron), gli elettori delle città urbanizzate, i membri dell’alta finanza, i millenials progressisti, le persone con un reddito ben al di sopra dei 30.000 euro annui, tutti quelli, insomma, che si riconoscono nel motto: Fedeltà, insieme a lavoro, libertà e apertura al mondo, come scritto qui e nellavolontà di riconciliare progresso e libertà. Slogan, dunque, manifestamente semplici e potenzialmente a disposizione di chiunque abbia paura di una svolta radicale. Una candidatura liquida, quella macronista, perfetta per contenere più identità possibili. La nuova frontiera per combattere il populismo, del resto, è il non partito: la forma più estrema di populismo stesso, quella senza alcuna identità. Chiunque, in fin dei conti, può riconoscersi in Macron: basta non tenere troppo alla propria identità e non avere un’idea precisa di cosa fare della Francia contemporanea. Il collante? La paura ( o l’astio) per Marine Le Pen. 

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