L’ex enfant prodige della politica europea sembra ormai aver perso smalto. E il dibattito delle ultime ore, a seguito della drammatica vicenda della morte della giovane Lola Daviet, sparge sale sulle ferite di una presidenza (ri)nata male nell’aprile scorso.

A bacchettarlo, ancora una volta, Le Figaro, che ne ha fatto il suo bersaglio d’eccellenza. Il celebre quotidiano oggi ha aperto con la “settimana ad alto rischio per Macron”, alle prese da un lato con gli scioperi, dall’altro con la necessità di far passare la legge di bilancio in un’Assemblea nazionale dov’è privo di maggioranza. Da domani, evidenzia il giornale, i lavoratori delle ferrovie e dei servizi pubblici potrebbero entrare in sciopero, aggiungeranno a quelli dei lavoratori petroliferi la cui astensione dal lavoro ha lasciato le pompe di benzina a secco. Sul fronte parlamentare, il governo appare orientato a ricorrere all’articolo 49 della Costituzione, che consente di far passare una legge senza voto in aula a meno che non sia presentata una mozione di sfiducia. Una forzatura che, secondo Le Figaro, farà ulteriormente salire la tensione politica e sociale.

Macron scivola sulla sicurezza

Non appena rieletto, era stato sempre il celebre quotidiano a recitare il De profundis con l’editoriale a firma del direttore Alexis Brézet dal titolo “Macron, lo spettro di un quinquennio nato morto”. In quel caso si evidenziava come nulla avesse aiutato, nel secondo turno, a sfondare: né gli appelli tardivi per la “spinta repubblicana” lanciata dal Presidente della Repubblica, né la sua “scappatoia” ucraina.

Il barbaro omicidio di Lola Daviet incastra Macron su un tema molto caro a Le president- la sicurezza delle città e l’immigrazione-prestando il fianco al fuoco incrociato di neogollisti e di Marine Le Pen, da quando è emerso che la principale sospettata di Lola, Dahbia B., una 24enne algerina, è stata incriminata lunedì per omicidio e stupro aggravato. Era entrata legalmente in Francia nel 2016 con un permesso di soggiorno per studenti, ma dallo scorso agosto era soggetta all’obbligo di lasciare il territorio francese (il cosiddetto Oqtf).

Sebbene gli avversari politici abbiano colto l’occasione per accomodarsi sul detonatore della cronaca brutale, Macron adesso viene ammanettato alle sue responsabilità. Sono anni, infatti, che con il termine “separatismo” il titolare dell’Eliseo suole indicare quel coacervo di fenomeni sociali che avrebbe creato una Francia parallela, spesso legata al degrado e all’isolamento delle banlieue, refrattarie ai valori secolari della République française. Anche la guerra all’Islam radicale era stata annunciata come strumento per il raggiungimento di un livello di legalità diffuso, affinché la legge islamica non si sostituisse a quella francese soprattutto fra i migranti nordafricani.

Il neo delle banlieu, tuttavia, costituisce solo la punta dell’iceberg di un ben più generale problema sicurezza che passa per numerosi episodi criminali che vanno dagli attentati terroristici al dilagare del narcobanditismo.

Le promesse sull’immigrazione

Ma per un presidente in bilico, la politica sull’immigrazione può trasformarsi in un pericoloso boomerang. All’inizio di questo autunno, Macron ha annunciato che “una proposta di legge sull’asilo e quindi sull’immigrazione sarà presentata all’inizio del prossimo anno”, auspicando una migliore distribuzione degli stranieri accolti sul territorio, soprattutto nelle aree rurali, e promettendo di “migliorare l’efficacia delle politiche di espulsione degli immigrati illegali”.

La scorsa primavera, invece, in odore di elezioni aveva spinto molto l’acceleratore sul tema immigrazione, chiedendo all’Ue di adottare una politica comune in materia di asilo e immigrazione. Viste le divisioni tra i Paesi europei su questo tema, il presidente francese si era fatto promotore di un approccio graduale, che doveva partire dal sostegno finanziario ai Paesi di primo arrivo dei migranti. L’obiettivo finale era dunque quello di una limatura delle disfunzioni Trattato di Dublino, collaborando con i Paesi di partenza e di transito per “adattare la politica dei visti nei confronti dei Paesi terzi non cooperativi in ​​termini di riammissione, ma in modo europeo e coordinato”. Questo fervore sulle politiche migratorie aveva un duplice scopo: risolvere in casa il problema con uno strumento europeo e de-responsabilizzare la Francia in Europa con uno strumento comune.

Su questo tema Le Figaro bacchetta ulteriormente il presidente: il quotidiano dichiara di schierarsi perché tacere “sarebbe osservare un silenzio colpevole” e liquidare il caso come “un brutto incontro” sarebbe “cedere alla codardia” poichè il dolore per la giovanissima vittima “non preclude il dibattito” in cui “indignazione non è necessariamente sinonimo di strumentalizzazione”. Dalle sue pagine, invoca, dunque, una stretta sulla gestione degli stranieri irregolari: nel 2021, ricorda, solo il 6% delle espulsioni è stato eseguito (quattro anni fa il dato era del 14%).

Macron, l’Algeria, l’Islam

Sebbene, con il passare delle ore, l’omicidio di Lola assuma i “banali” tratti del male, ovvero di un delitto compiuto da una squilibrata per futili motivi (come un badge di un portone), Macron invece di condannare l’uso e l’abuso della cronaca si fa redarguire come uno scolaretto. A questo proposito, nella conferenza stampa a margine del Consiglio dei ministri, il portavoce dell’esecutivo Olivier Veran ha riconosciuto che il governo “deve fare meglio” sulle espulsioni degli irregolari sul suolo francese, pur sottolineando “il duro lavoro in corso per garantire che le procedure di espulsione siano applicate”. Veran ha poi evocato “il coraggio dei genitori” di Lola, i quali “stanno affrontando l’indicibile e ci chiedono di mostrare sostegno collettivo”.

Non è un caso che l’omicidio che lascia sotto choc la Francia coinvolga proprio una donna di origine algerina, che agita un vecchio spauracchio francese: quello dei rapporti malconci con Algeri segnati dalla ferita della guerra e dai rocamboleschi tentativi di risanarla. Alla fine di agosto, il viaggio di Macron nel Paese era stato saluto come una svolta epocale nonché una mossa distensiva anche sulle politiche migratorie. Ma non è stato un mistero per nessuno il fatto che la missione servisse ad assicurarsi buoni rapporti con il fornitore di gas alternativo alla Russia più vicino all’Europa. La visita, infatti, è stata accompagnata da tanti malumori circa il vulnus dei crimini di guerra francesi. In questa sequela infinita di orgogli e pregiudizi, appena 24 ore fa, nell’ambito delle commemorazioni del 60° anniversario della fine della guerra d’Algeria, il Presidente ha presieduto una parata in onore dei reduci di questo conflitto pronunciando parole inusuali come “Riconosciamo con lucidità che in questa guerra c’è chi, incaricato dal governo di vincerla a tutti i costi, si è posto fuori dalla Repubblica.

Nella suo controverso dialogo con l’Islam, invece, sembra mettere in campo lo stesso cerchiobottismo: oggi è infatti in quel del 5° arrondissement di Parigi per consegnare le insegne di Ufficiale della Legione d’Onore al rettore della grande moschea di Parigi, Chems-Eddine Hafiz, che celebra i suoi 100 anni. Macron renderà anche omaggio ai musulmani morti per la Francia durante la Prima guerra mondiale: è infatti per questi 70.000 combattenti che venne costruito questo edificio religioso.

Una miriade di pasticciati messaggi in codice, insomma, per un presidente in declino che cerca di inviare segnali agli amici, agli amici degli amici e ai detrattori in Parlamento. Sullo sfondo, l’abuso politico del dolore di un padre e di una madre che si sono ritrovati una figlia martoriata e sepolta in un baule.

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