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Per anni ci è stato insegnato che fosse in atto una guerra di civiltà fra l’Occidente e il resto del mondo. In un modo o nell’altro, l’Occidente si sarebbe compattato sotto l’ombrello di Washington e avrebbe combattuto i suoi nemici – combattuto ma non sconfitto – lasciando che l’asse tra Europa e Nordamerica vegliasse sul resto del mondo. L’elezione di Donald Trump ha segnato la fine di questo ideale asse occidentale. Non perché Trump ne sia la causa, ma perché ne è il simbolo, o meglio, Trump è la certificazione di questo fenomeno di distacco tra Europa e Usa, ma, in generale, fra Usa e resto del mondo. Lo chiamano multipolarismo, ma forse, più semplicemente, è la dichiarazione malcelata da parte degli Usa che nessuna forza, anche una superpotenza economica e militare, è in grado di poter essere presenti su tutti i fronti e imporre la propria politica. L’“America first” di Trump è un programma che nasce dall’esigenza di rimodulare la politica degli Stati Uniti di fronte al resto del mondo. Per gli Stati Uniti una necessità, per gli altri Paesi una possibilità: riuscire a mantenere l’alleanza con gli Stati Uniti ma non più nell’ottica di una subalternità di sistema. In questo senso, il multipolarismo può dunque essere una piacevole opportunità per tutti gli Stati di comprendere il proprio ruolo, riappropriandosi di una peculiare politica estera o visione del mondo anche alternativa a quella di Washington.

Nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite,          Emmanuel Macron ha, di fatto, confermato al mondo l’intenzione di voler essere lui il nuovo leader europeo alternativo alla politica americana così come formulata dall’amministrazione Trump. Il presidente francese si è presentato di fronte al consesso internazionale con una chiara volontà di sedure il resto del mondo. Non c’è stata una sbavatura nel suo discorso, trionfo del “mainstream” allo stato puro. Impeccabile, atarassico, rassicurante, a tratti quasi una copia dei discorsi di Barack Obama, Macron ha scelto la via dell’antitesi rispetto a Donald Trump, quasi a voler ricordare a tutti che se hanno bisogno di un leader, c’è lui. Il che, per certi versi, per il mondo di oggi non è neanche per forza un male. Sposando una linea di contrapposizione alla Casa Bianca, Macron ha riaffermato la volontà di rispettare l’accordo sul nucleare iraniano, che il presidente Usa ha da sempre messo in dubbio definendolo “imbarazzante”. Ha chiesto che fosse rispettato in pieno l’accordo di Parigi sul clima, che comunque la si pensi in tema di ecologia, rappresenta un impegno intelligente sul futuro del pianeta. E ha deciso di toccare anche temi per cui Trump viene sempre attaccato da parte dei media, in particolare quello sul rispetto dei diritti umani e delle migrazioni, con una frase di quelle che strappano gli applausi: “i muri non ci proteggono, il mondo è interdipendente”.

Intendiamoci, in questa retorica obamiana, Macron si scopre in realtà assolutamente in linea con quanto detto da Donald Trump nel suo discorso. Il presidente Usa è stato, come al solito, cristallino nel suo argomentare che lui penserà sempre prima all’America come dovrebbero fare per il proprio Paese gli altri leader del mondo. Macron ha usato la retorica dell’interdipendenza e della globalizzazione in senso benefico, ma è inutile negare che dietro ci siano interessi molto più nazionali di quanto si voglia fare credere. All’Eliseo sono tutti consapevoli che la Francia possa tornare a contare qualcosa in questa ritirata globale degli Stati Uniti come “potenza benefica” e debba sfruttare il fatto che Trump sia considerato un presidente contrario ai valori del mondo globalizzato contemporaneo. In politica estera, l’obiettivo di Macron è evidente, e cioè che la Francia torni ad avere un ruolo centrale nella comunità internazionale, sfruttando gli eventi che la storia le sta offrendo. Brexit ha reso la Francia l’unica potenza nucleare dell’Unione europea; Trump ha reso gli Stati Uniti avversi al mondo politico occidentale e privi di una guida sicura a Washington; la Germania subisce la mancanza di un esercito in grado di pesare nel mondo e pecca di quella rendita di posizione in diplomazia tipica dei vecchi imperi coloniali; e infine, Macron piace alla stampa internazionale, che l’ha subito investito dell’Eliseo per scacciare l’incubo di Marine Le Pen. Il neopresidente francese non è un leader buono, è un leader astuto. Qualità fondamentale per un presidente, senza dubbio, ma che non va santificata.

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