Americhe Latine, ventre molle e permeabile dell’emisfero occidentale, qui è dove potrebbe essere scritto un capitolo-chiave della competizione tra grandi potenze. Perché forte è la tentazione delle forze della Transizione multipolare, pressate dal muscolarismo degli Stati Uniti in Eurasia, di aprire il “fronte atlantico”.

Spostare l’ago della bilancia dall’Indo-Pacifico all’Atlantico, trasformando in avamposti i porti dell’Africa occidentale e le vene scoperte delle Americhe latine, costituite da rimasugli guerrafreddeschi – come Cuba e Nicaragua – e potenze che reclamano il diritto all’emancipazione geopolitica – come Brasile e Venezuela. Sfidare la dottrina Monroe per creare difficoltà attenzionali agli Stati Uniti, costretti a mantenere un occhio in Eurasia e uno nel cortile di casa. Questo potrebbe succedere negli anni a venire, qualora la Guerra fredda 2.0 dovesse aggravarsi ulteriormente, ed è in Nicaragua che, più che altrove, è possibile intravedere i segnali di questo futuro.

La Transizione multipolare passa dal Nicaragua

Era dai tempi della Guerra fredda che il cortile di casa degli Stati Uniti non presentava tante erbacce e tanti problemi alle recinzioni. Ma se ieri la causa di tutto ciò era il comunismo di importazione sovietica, oggi la situazione è di gran lunga più complessa. Giacché un guazzabaglio di ideologie e movimenti identitari – bolivarismo, castrismo, indigenismo, sandinismo –, accomunati dall’antiamericanismo e miranti alla Transizione multipolare, sta precarizzando la tenuta delle province latinoamericane dell’Impero americano.

Scrivere del sandinismo equivale a raccontare del Nicaragua, anti-Panama naturale e punto di intersezione che unisce e separa le due cinture del Mesoamerica: quella della pace e quella dell’instabilità. E raccontare del Nicaragua, tornato a vecchia vita nel 2007 – anno della rielezione di Daniel Ortega –, significa parlare del capitolo latinoamericano della Transizione multipolare e della sfida (sino-)russa alla dottrina Monroe.

La Russia è in Nicaragua dai tempi della guerra civile, finita sul tavolo della Corte internazionale di giustizia, e da allora, fatta eccezione per il breve paragrafo eltsiniano, ha considerato la presenza in questo perno geostrategico un imperativo della sua agenda estera per il subcontinente. Intuibile la ragione: il Nicaragua è la base ideale per operazioni di disturbo a corto e medio raggio. Funzionalità la cui importanza Pechino, bramosa di costruire un canale in grado di rivaleggiare con Panama, potrebbe incrementare sino a vette inimmaginabili.

Ortega, il migliore amico di Putin

Guerre e pandemie sono i più potenti acceleratori di tendenze geopolitiche e geoeconomiche esistenti. Non deve sorprendere, pertanto, che gli eventi bellici nello spazio ucraino abbiano avuto straordinari riverberi sul piano delle relazioni tra Russia e Nicaragua.

Il consolidamento dell’asse russo-nicaraguense è avvenuto di pari passo con l’incedere della guerra russo-ucraina. A febbraio, lo stesso giorno in cui iniziava il conflitto, l’arrivo di una delegazione russa di alto livello nel paese mesoamericano. A marzo l’astensione di Managua in sede ONU circa la condanna dell’invasione russa, in seguito trasformata in manifesta opposizione. In giugno l’entrata in vigore di un decreto presidenziale riguardante l’autorizzazione all’ingresso nel paese di forze armate straniere, tra le quali quelle russe. A settembre la partecipazione alle esercitazioni militari Vostok-22 e un accordo di cooperazione mediatica per aprire a Sputnik le porte del mercato dell’informazione nicaraguense. In ottobre un trattato sulla collaborazione nella sfera del nucleare civile.

La sequela di rosei eventi avvenuta lungo la Managua-Mosca non è passata inosservata a Washington, che ha utilizzato i propri ventriloqui per spiegare in mondovisione in che termini venga percepito il protagonismo russo nel paese e, in esteso, nel subcontinente: “una minaccia emisferica“.

Il Nicaragua è dove, parimenti a Cuba, Venezuela, Bolivia e Brasile – figliol prodigo tornato dal padre con la rielezione di Lula –, la Russia potrebbe sfidare quando apertamente e quando velatamente l’autoproclamata immortalità della dottrina Monroe. Ché trattasi di una terra, del resto, dove Mosca già dispone di una base SIGINT e di esperti di guerre ibride rivelatisi determinanti all’indomani del ripiombare del paese nell’instabilità.

Il Nicaragua è dove le forze ostili al Momento unipolare, tra le quali Repubblica Popolare Cinese e Iran, potrebbero provare ad accelerare ed espandere la multipolarizzazione del subcontinente dal cono sud alla cintura centrale. O, magari, condurre operazioni di disturbo nel vicinato atte a recare danno agli interessi e alla sicurezza degli Stati Uniti: dal foraggiamento delle carovane mesoamericane all’appiccamento di roghi a Panama. La dottrina Monroe alla prova del XXI secolo.

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