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Il prossimo passaggio di Marion Maréchal Le Pen al campo di Eric Zemmour agita una volta di più le già tormentate acque della destra francese. L’arrivo della bionda signora, dopo la freschissima adesione di Guillaume Peltier (proveniente da Les Répubblicans) e Jérome Rivière e Gilbert Collard (ambedue deputati lepenisti), confermerebbe significativamente le potenzialità del sorprendente candidato all’Eliseo. Marion è infatti un nome pesante, nelle sue vene scorre potente il sangue dei Le Pen, difficile inquadrarla, impossibile farla tacere.  Nonostante il suo apparente ritiro dalla politica, la sua proposta “liberale, conservatrice, identitaria” risulta, come notava il sondaggio IFOP dello scorso luglio, molto apprezzata dal 66% per cento dei simpatizzanti dei LR e dall’86% dei militanti del Rassemblement National. Il più l’ex deputata del Vaucluse porterebbe in dote a Zemmour un pacchetto di firme di notabili a suggello della sua candidatura.

Fin qui la cronaca politica. Ma dietro a tutto ciò vi è altro. Ben altro. Ovvero una storia clanica degna di un romanzo gotico, una dinasty impastata di veleni, rancori, odi. Inestirpabili.

Tutto ebbe inizio dopo le presidenziali del 2012. Per dare un segnale di forte discontinuità rispetto al passato Marine (presidente dell’allora Front National dal 2011 per volontà del padre Jean Marie) si rifiutò di partecipare ai grandi cortei organizzati dall’associazione Manif pour Tous per protestare contro i matrimoni tra omosessuali. Un colpo duro per i frontisti storici che iniziarono a denunciare sul settimanale destrista “Minute” l’esistenza di una “lobby gay” ai vertici del partito. A sua volta la ventiduenne nipote Marion — appena eletta deputa e da allora la musa degli identitari — scese in piazza con i contestatori.  Una prima frattura (apparentemente ricomposta) a cui seguì la “grande pulizia” del 2014 con cui Marine e il fidanzato Louis Alliot (soprannominato per l’occasione “Loulou la purge”) espulsero gran parte dei militanti meno allineati. Marion protestò ma, a parte il nonno, nessuno le diede retta. A parte l’ingombrante nonno.

Non a caso. I rapporti tra padre e figlia si erano man mano raffreddati, per poi peggiorare irrimediabilmente. Secondo voci vicine al clan, fu fatale nel 2015 una convivenza forzata, quando, a causa di un banale incidente domestico – un incendio in cucina – Jean Marie e la sua seconda moglie furono costretti a trasferirsi da Marine; in quei tempestosi giorni l’invasivo patriarca cercò di “rimettere in riga” figlia e nipoti nel segno della sua assoluta primazia clanica, politica e finanziaria. Poi l’ultimatum contro Philippot, l’inviso numero due del partito, un frutto prezioso dell’ENA (la super scuola dei tecnocrati gallici) ma anche fan di De Gaulle, già sostenitore del sovranista Jean Pierre Chevènement e gay dichiarato. O lui o io. Nulla di nuovo sotto il sole: ancora una volta tutto si giocava attorno ad amore, gloria, gelosia, rivalità, potere e denaro. Insomma, ti abbraccio per strozzarti meglio… Jean Marie però sottovalutò il carattere roccioso della padrona di casa (la mela non cade lontana dall’albero…) e fissò così una spaccatura inesorabile e non più ricomponibile.

Non sappiamo se la vicenda è vera, ma di certo è verosimile. Di certo, nella primavera del 2015 il genitore, sempre più insofferente del “nuovo corso”, ritornava provocatoriamente sulla polemica sulle camere a gas – per lui sempre un “dettaglio della storia” – ed elogiava l’operato del maresciallo Petain, il controverso simbolo della collaborazione con la Germania nazista. La classica goccia nel classico vaso. La presidentessa aprì un procedimento disciplinare contro Jean Marie e, pochi giorni dopo, l’Ufficio politico sospendeva il “presidente onorario” dalla sua carica. Le Chef, furente, si appellava allora alla mai amata magistratura che congelava il provvedimento, ma il 20 agosto 2015 il Front congedava per sempre il suo fondatore.

Consumato il parricidio e ordinata l’ennesima purga, Marine si preparò alla famosa campagna elettorale del 2017 contro Macron. Tutto sembrava funzionare, almeno apparentemente. L’esclusione di Jean Marie – da sempre tesoriere del partito e uomo di riferimento per i finanziatori – obbligò madame ha cercare urgentemente nuove risorse. Dopo aver incassato una serie di rifiuti dagli istituti di credito francesi ed europei (e qui molti hanno visto una zampina del sulfureo babbo…) alla fine fu costretta a chiedere un prestito di 9 milioni di euro da una banca considerata vicina al Cremlino, la First Czech Russian Bank. Un’operazione del tutto normale, con un regolare tasso di interesse a debito, ma subito trasformata dagli avversari in uno scandalo internazionale.

Accanto alle difficoltà finanziarie divenne sempre più evidente il distacco della nipote. Nei mesi di campagna Marion marcò costantemente la sua distanza dalla zia, organizzando riunioni in suo nome ma evitando d’incontrarla (e intanto riannodava i rapporti con il nonno). Attendeva il suo momento. Una freddezza ostentata che fece nuovamente arrabbiare Marine che alla prima occasione – per l’esattezza in un’intervista a “Femme Actuelle” – sparò a palle incatenate sull’inquieta parente: “Mia nipote? È deputata, voilà, non gli devo nulla”, per poi concludere che mai la nominerebbe ministro in un eventuale governo frontista. «È inesperta, deve crescere». Nulla di più, niente di meno.

La risposta arrivò due giorni dopo il verdetto delle presidenziali. Il 9 maggio Marion annunciò il suo ritiro dalla politica e dimissionava da ogni carica elettiva. Il freddo scese di colpo sui rapporti interfamiliari. Complice il nonno (buon amico di Zemmour…), la nipote iniziò ad avvicinarsi allora al polemista ed a invitarlo a Lione per le convention del suo Institut de sciences social, economique et politique, il laboratorio culturale “marionista”. Dopo aver escluso il suo voto al Rn alle elezioni europee del 2019 Marion organizzò il 28 settembre 2019 la Convention de la Droite, escludendo qualsiasi “marinista” e affidandone la regia ad Eric. In quell’occasione la Maréchal esordì con una domanda provocatoria: “Chi può seriamente immaginare che le nostre idee vincano se non rompiamo le barriere partigiane del passato?”. Parole definitive che infastidirono terribilmente Marine che, sospettosa come il padre, ne intuì la pericolosità e ruppe definitivamente i rapporti.

Il resto è noto. A settembre scorso Marine disertò platealmente il matrimonio di Marion con l’eurodeputato italiano Vincenzo Sofo e il 14 novembre la novella sposa rispondeva ad Europe 1 di sperare in una “candidatura unica a destra” senza mai pronunciare il nome della zietta.  Poi il desiderio annunciato pochi giorni fa a Le Figaro di rientrare nell’agone politico con vesti nuove e la gelida tristezza della zia. Insomma un vero casino in cui l’unico che sembra divertirsi è ancora il novantenne Jean Marie che ha subito ordinato pubblicamente alle due rivali di venire a rapporto da lui, il “grande Menhir” della dinasty lepenista.

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