Il segretario alla Difesa, James Mattis, ha difeso il sostegno militare degli Stati Uniti in Yemen alle forze della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Lo ha fatto con un appello personale ai rappresentanti che stanno valutando se porre fine al coinvolgimento di Washington nel conflitto.

La guerra in Yemen non ha ma convinto del tutto la politica americana. Lo stesso Donald Trump ha avvertito l’Arabia Saudita già dallo scorso anno che la preoccupazione per il Congresso sulla catastrofica situazione umanitaria in Yemen potrebbe limitare l’assistenza degli Stati Uniti. Molti, soprattutto fra i democratici più “radicali”, sono contrari al coinvolgimento Usa. Ma molti, sia alla Casa Bianca sia al Pentagono, sono favorevoli al proseguimento della guerra. Trump per motivi politici e commerciali, il Pentagono per motivi inerenti alle armi e all’ottenimento di fondi.

Mattis ha detto che l’assistenza degli Stati Uniti include un limitato supporto dell’intelligence e il rifornimento di carburante per gli aerei della coalizione. Secondo il segretario alla Difesa, la missione è finalizzata a portare la guerra verso una risoluzione negoziata negoziata dagli Usa. Ma la situazione si è fatta decisamente più complessa. Al Qaeda è penetrata in Yemen costruendo uno dei suoi bastioni più forti in Medio Oriente, mentre gli houti, supportati dall’Iran, continuano a resistere.

E adesso la politica statunitense si interroga sullo scopo di questa guerra. Un gruppo bipartisan di senatori composto dal repubblicano Mike Lee, l’indipendente Bernie Sanders e il democratico Chris Murphy, stanno tentando di utilizzare un provvedimento del 1973 che consente a qualsiasi senatore di presentare una risoluzione sul ritiro delle forze armate statunitensi da un conflitto non autorizzato dal Congresso.

La loro risoluzione, qualora passasse, costringerebbe Trump “a rimuovere le forze armate degli Stati Uniti dalle ostilità che riguardano la Repubblica dello Yemen”, ad eccezione delle operazioni contro al Qaeda o le forze associate. Queste operazioni, infatti, sono autorizzate da un atto del Congresso del 2001 dopo gli attentati alle Torri gemelle.

In una lettera del 14 marzo rivolta al leader della maggioranza del Senato, Mitch McConnell, James Mattis ha descritto l’assistenza degli Stati Uniti come “sostegno no combat” focalizzata sull’aiutare a ridurre il rischio di vittime civili. “Nuove restrizioni a questo limitato sostegno militare degli Stati Uniti potrebbero aumentare le vittime civili, mettere a repentaglio la cooperazione con i nostri partner sull’antiterrorismo e ridurre la nostra influenza con i sauditi – tutto ciò aggraverebbe ulteriormente la situazione e la crisi umanitaria”, ha scritto Mattis. A questo, si aggiunge il rischio, per il Pentagono, di aiutare indirettamente gli houti a riprendere il controllo della guerra.

Intanto, la tragedia umanitaria dello Yemen continua a peggiorare. Stando a quanto detto ad Al Jazeera dal capo dell’ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento delle operazioni umanitarie (Ocha), Mark Lowcock, la guerra in Yemen “assomiglia all’Apocalisse“, avvertendo che il Paese potrebbe diventare il peggior disastro umanitario degli ultimi 50 anni.

Il conflitto sta avendo un effetto devastante sulla popolazione di uno dei Paesi che già prima della guerra era fra i più poveri del Medio oriente. La carestia non sembra destinata a finire, un grave focolaio di colera che si è sviluppato in questi anni miete migliaia di vittime e ha lasciato milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria.

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