John J. Mearsheimer è uno dei più importanti e influenti studiosi di relazioni internazionali, R. Wendell Harrison Distinguished Service Professor presso il dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Chicago, nonché esponente della scuola del “realismo” politico contemporaneo, figlia delle teorie di studiosi altrettanto illustri come Edward Hallett Carr, Hans Morgenthau, Kenneth Waltz. L’autore del fondamentale The Tragedy of Great Power Politics del 2001, nel quale il professore americano illustrava la sua teoria del “realismo offensivo”, è ampiamente noto anche per le sue opinioni sulla guerra in Ucraina, espresse anche durante una conferenza del 2014, nella quale affermava che “sono in gioco interessi strategici fondamentali, e non c’è dubbio, onorevoli colleghi, nel caso della Russia l’Ucraina rappresenti un interesse strategico fondamentale. I Paesi soffriranno enormemente prima di alzare le mani. Quindi puoi infliggere molto dolore ai russi e loro non si arrenderanno. E non molleranno, perché l’Ucraina è importante per loro”.

Dichiarazioni che, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio, gli sono costate parecchio, dal momento che alcuni gruppi di studenti dell’Università di Chicago, così come alcuni esperti, hanno cercato di censurare le sue opinioni e “cancellarlo” – nonostante sia stato, piaccia o meno, sempre coerente con le sue previsioni e opinioni per anni. “Putiniano” è l’accusa che gli studenti rivolgono all’illustre studioso, che tuttavia non solo ha fatto alcuna marcia indietro, ma è tornato ad illustrare le sue posizioni.

“Ossessione di portare Kiev nella Nato ha portato alla guerra”

Con un articolo pubblicato su The National Interest, lo studioso di relazioni internazionali torna a far discutere. In primo luogo perché, a suo dire, gli Stati Uniti “sono i principali responsabili della crisi ucraina”. Questo, naturalmente, non vuol dire negare che Putin “abbia iniziato la guerra” e che sia responsabile della condotta di questa guerra da parte della Russia; tuttavia, secondo Mearsheimer, gli Stati Uniti hanno portato avanti politiche nei confronti dell’Ucraina che Putin e altri leader russi vedono come “una minaccia esistenziale”, un argomento che hanno “ripetutamente sottolineato per molti anni”. In particolare, lo studioso fa riferimento a quella che definisce “l’ossessione americana di portare l’Ucraina nella Nato” e di farne un “baluardo occidentale” ai confini con la Federazione russa. L’amministrazione Biden, accusa, non era disposta a eliminare quella minaccia attraverso la diplomazia e nel 2021 ha nuovamente impegnato gli Stati Uniti a portare l’Ucraina nell’Alleanza Atlantica.

La seconda accusa che il docente di relazioni internazionali di Chicago muove contro Washington è che gli Stati Uniti “non sono seriamente interessati a trovare una soluzione diplomatica”, il che significa che è probabile che la guerra “si protragga per mesi se non anni”. In questo processo, l’Ucraina, che ha già sofferto gravemente, “subirà danni ancora maggiori”. Il pericolo nucleare? Esiste. Secondo Mearsheimer, infatti, la Nato potrebbe essere trascinata nel conflitto e “potrebbero essere utilizzate armi nucleari. Stiamo vivendo tempi pericolosi”.



“Putin non vuole conquistare tutta l’Ucraina”

Per il teorico del realismo offensivo, la narrazione dei media mainstream sulla guerra in Ucraina è basata sull’assunto, falso, che Vladimir Putin sia l’unico responsabile della guerra e che voglia conquistare tutto il Paese ex sovietico. “Sebbene questa narrazione venga ripetuta più e più volte nei media mainstream e praticamente da ogni leader occidentale – osserva – non ci sono prove a sostegno di questa tesi” afferma. La prova è l’articolo pubblicato dallo stesso Putin il 12 luglio 2021 sulle relazioni russo-ucraine. In quell’articolo del 12 luglio 2021 e in un importante discorso pronunciato il 21 febbraio di quest’anno, Putin ha sottolineato che la Russia accetta “la nuova realtà geopolitica che ha preso forma dopo la dissoluzione dell’Urss”, ribadendo lo stesso concetto, per la terza volta, il 24 febbraio scorso. In sostanza, dice Mearsheimer, Putin non voleva rendere l’Ucraina una parte della Federazione russa, ma a fare in modo che “non diventi un trampolino di lancio per l’aggressione occidentale contro la Russia”, sottolinea.

Il documento che ha fatto infuriare Mosca

Allo stesso modo, afferma, è importante notare che l’espansione della Nato prima del febbraio 2014 “non mirava a contenere la Russia. Dato il triste stato della potenza militare russa, Mosca non era nella posizione di perseguire politiche revansciste nell’Europa orientale” sostiene John J. Mearsheimer. E ancora: “È stato solo quando è scoppiata la crisi in Ucraina nel febbraio 2014 che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno improvvisamente iniziato a descrivere Putin come un leader pericoloso con ambizioni imperiali e la Russia come una seria minaccia militare che doveva essere contenuta”. Quanto al vero motivo che ha causato la guerra in Ucraina, secondo lo studioso va ricercato nel rinnovato entusiasmo, da parte degli Stati Uniti e, in particolare, dell’amministrazione Biden, di voler rendere l’Ucraina un “baluardo occidentale” ai confini della Russia e, di fatto, di aprire le porte della Nato a Kiev.

Il momento chiave è il 1° settembre 2021, quando Zelensky visitò la Casa Bianca. In quell’occasione, il presidente Joe Biden affermò gli Stati Uniti erano “fermamente impegnati” nelle “aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina”. Quindi, il 10 novembre 2021, il Segretario di Stato Antony Blinken e il suo omologo ucraino, Dmytro Kuleba, firmarono un documento importante: la “Carta USA-Ucraina sul partenariato strategico”. L’obiettivo di entrambe le parti, afferma il documento, è “rimarcare un impegno per l’attuazione da parte dell’Ucraina delle riforme profonde e globali necessarie per la piena integrazione nelle istituzioni europee ed euro-atlantiche”. Un momento cruciale, che ci ha portato, secondo il docente, inesorabilmente verso la guerra con Mosca.

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