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La turbolenta fase di transizione che sta investendo il Medio Oriente, consegna al mondo un solo vincitore: la Repubblica Islamica dell’Iran. Dalla guerra in Siria alla crisi del Qatar, dallo Stato islamico alla Turchia, l’Iran è riuscito in questi ultimi anni a ritagliarsi uno spazio di manovra fondamentale all’interno del quadrante mediorientale, neutralizzando ogni tipo di attacco nei confronti della sua sfera d’influenza e costruendo una rete di alleanze e d’influenze che lo pone al primo piano fra le potenze del Vicino Oriente. La guerra in Siria, in questo senso, è stata l’emblema della capacità di reazione di Teheran al progetto di contenimento della sua politica. Dall’inizio delle rivolte del 2011, l’intento delle potenze del Golfo e della Turchia, con la benedizione di Israele, è stato quello di fare in modo che Bashar Al Assad cadesse per spezzare fisicamente e politicamente i legami che connettevano l’Iran al Mediterraneo – leggi Hezbollah – e soprattutto strappando Damasco dallo storico legame politico e culturale con Teheran. Le dinamiche della guerra, con le rivolte, le ribellioni armate e supportate dalle potenze straniere e infine con l’invasione dei terroristi dello Stato islamico, sembravano dover piegare questo legame e distruggere lo Stato siriano. Oggi, dopo che a essere spezzato è stato l’assedio di Deir Ez Zour, possiamo dire che il piano è fallito. E quello che sembrava essere il tramonto dell’influenza iraniana in Medio Oriente, si è trasformato in un boomerang nei confronti dei suoi nemici, che oggi assistono non solo a un mantenimento di queste influenze, ma anche ad un loro netto miglioramento. Le forze iraniane, intervenute in massa nella guerra in Siria, rappresentano oggi per l’opinione pubblica siriana la garanzia della stabilità: sono coloro che hanno salvato la Siria dallo Stato islamico insieme alle milizie di Hezbollah. E questa guerra non ha fatto altro che consolidare questo rapporto di fiducia e collaborazione fra Iran, Siria e milizie libanesi, sia da un punto di vista politico, sia da un punto di vista prettamente militare.

Anche sull’altro fronte di guerra allo Stato islamico, l’Iraq, le forze iraniane sono riuscite a creare i presupposti per un’asse fra Teheran e Baghdad che, fino a pochi anni fa, sembrava impossibile da realizzare. L’intervento decisivo delle forze sciite irachene per contrastare la violenza del Califfato e per liberare molte città, hanno fatto sì che queste diventassero imprescindibili nella rinascita dello Stato dell’Iraq e che ottenessero dal governo centrale garanzie politiche e militari che le hanno rese di fatto una forza contigua all’esercito regolare. Sostenute economicamente e militarmente da Teheran, le PMU (Popular Mobilization Units) hanno fatto da anello di congiunzione fra Iran e Iraq, e da base per le successive collaborazioni fra questi due Paesi. A unire questi due Paesi, oggi non c’è soltanto la necessità della sconfitta dello Stato islamico. Tra Baghdad e Teheran è nata una convergenza sul fronte dei curdi, ritenuti un pericolo per la stabilità di entrambi i Paesi soprattutto qualora essi dovessero diventare oggetto di contrattazione con gli Stati Uniti, e anche sul fronte petrolifero, sono stati siglati numerosi contratti in particolare per il greggio del Kurdistan. Così, due Paesi che hanno combattuto una delle guerre più sanguinose degli ultimi decenni, e che ancora oggi è una ferita aperta nei due popoli, sono diventati partner imprescindibili l’uno dell’altro. L’Iran, necessario a Baghdad per liberarsi dal terrorismo; l’Iraq, necessario a Teheran per costruire il cosiddetto “crescente sciita” dalla Persia al Mediterraneo.

In questo attacco simultaneo alla politica d’influenza iraniana, va poi sottolineato il ruolo fondamentale della crisi fra Qatar e Arabia Saudita. L’embargo commerciale dei sauditi all’emirato di Doha aveva molteplici obiettivi: spezzare il soft-power qatariota; contrastare la sua influenza tramite i Fratelli Musulmani; colpire l’economia; interromper ei legami economici tra Qatar e Iran. Quest’ultimo obiettivo, considerato primario per la geopolitica saudita, non soltanto non è stato raggiunto, ma ha anche dimostrato l’esatto opposto: Iran e Qatar sono molto più legati di quanto già non lo fossero. Perché se prima Teheran e Doha erano legati dalla necessità di condividere il più grande giacimento di gas al mondo – quello che in Iran è il South Pars -, la scelta scellerata di Riad di “assediare” il Qatar ha dato modo all’Iran di mostrarsi a quest’ultimo come partner amico, consegnando enormi quantità di beni di prima necessità alla popolazione qatariota, dai medicinali agli alimenti, oltre che lasciando aperta la strada alle rotte aeree e navali.

Nel frattempo, la guerra in Yemen, un’orrenda guerra civile condizionata anch’essa dallo scontro fra Riad e Teheran, ha dato un’altra possibilità all’Iran di mostrarsi come potenza benefica rispetto all’Arabia Saudita, che da anni utilizza truppe saudite e internazionali per opprimere la rivolta Houti e per devastare la resistenza della popolazione. La guerra yemenita si è dimostrata un disastro per l’Arabia Saudita e per i suoi alleati. Al Qaeda aumenta il suo potere, l’asse sunnita si è spezzato, con il Qatar fuori dai giochi e con gli Emirati in rotta di collisione con il presunto alleato di Casa Saud. In questo scacchiere, l’Iran, finanziando gli Houti, ha reso impossibile l’espansionismo saudita e, nello stesso tempo, ha mostrato al mondo di poter dire la sua anche sulle coste del golfo di Aden. Prova ne è che negli ultimi mesi si parla sempre più insistetemene di un riavvicinamento di Riad a Teheran proprio a causa del fallimento epocale della guerra yemenita. L’erede al trono Saud ha, infatti, compreso che la guerra non può continuare, e che è indispensabile giungere a un accordo con la repubblica iraniana prima che sia troppo tardi.

Alla luce di questi fatti, l’Iran sembra aver adottato una politica estremamente utile. Non si è imbarcato in guerre senza senso, ma ha inviato truppe nell’esclusivo intento di mantenere e consolidare la sua sfera d’influenza. Di fronte alle scelte irruente dell’Arabia Saudita e dei suoi partner, l’Iran è riuscito a penetrare chirurgicamente nei conflitto senza mai presentarsi come vero attore della guerra, ma come alleato. E questo l’ha fatto su più fronti, non soltanto nei conflitti bellici, ma anche in quelli diplomatici: basti pensare all’accordo sul nucleare che ha di fatto spezzato l’asse occidentale nei confronti di Teheran. Il nuovo corso di Rohani si è dimostrato cauto, ma anche molto deciso, e questo è un bene per l’Iran ma anche per la stabilità del Medio Oriente. Adesso, per l’ascesa dell’Iran c’è solo un grande interrogativo: Hezbollah. Il più grande alleato mediorientale dell’Iran rappresenta infatti contemporaneamente l’anello debole e l’anello forte di questa catena. Una guerra tra Hezbollah e Israele, ora, è quanto di più pericoloso per il consolidamento di Teheran.

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