Non sarà l’accordo del secolo, non risolverà tutti i problemi del Medio Oriente (anzi) ma gli Accordi di Abramo firmati a Washington il 15 settembre 2020 e negoziati dagli Stati Uniti tra Israele e i due Stati del Golfo rappresentano comunque un netto passo avanti rispetto alla caotica amministrazione Obama. Il Premio Nobel per la Pace, infatti, mosso dal vecchio idealismo wilsoniano, aveva scommesso, appoggiando e sostenendo le Primavere Arabe a un Medio Oriente e Nord Africa a guida Fratellanza Musulmana, l’organizzazione transnazionale islamista rappresentata in Egitto, tra gli altri, dall’ex presidente Mohammed Morsi del Partito Giustizia e Libertà (giugno 2020-luglio 2013). Una scelta sciagurata, quella della sua amministrazione di togliere di mezzo i vecchi autocrati – come Gheddafi e Mubarak – che non ha affatto portato più democrazia e diritti civili in quella regione ma ha accresciuto il disordine e il caos.

Medio Oriente, il “nuovo” ordine di Donald Trump

L’amministrazione Trump ha messo nel cassetto l’idealismo wilsoniano dell’amministrazione precedente, accusando prima accusato il Qatar di sostenere la Fratellanza Musulmana e il terrorismo internazionale, e puntando tutto su Arabia Saudita, Emirati, e Israele. Una scelta non priva di ipocrisie se pensiamo alla monarchia wahabita e la sua vicinanza a certo fondamentalismo islamico, e che indubbiamente non tiene conto delle rivendicazioni dei palestinesi, ma che obtorto collo qualche risultato importante lo sta ottenendo. Come ricorda the National Interest, gli accordi negoziati dagli Stati Uniti tra Israele  e i due Stati del Golfo sono pietre miliari importanti nella lunga marcia diplomatica verso una più ampia pace arabo-israeliana. Questi sono i primi due stati arabi a firmare accordi di pace con Israele dall’Egitto nel 1979 e la Giordania nel 1994. Come sottolinea la rivista americana, Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein considerano l’Iran sciita una minaccia così come i gruppi islamisti finanziati dal Qatar.

Tutti e tre sono anche preoccupati per il ruolo sempre più destabilizzante della Turchia nel sostenere la Fratellanza Musulmana e le sue propaggini nei conflitti in Siria, Gaza e Libia. I due accordi aprono la strada a Israele, Bahrain e Emirati Arabi Uniti al fine di aumentare il commercio, gli investimenti, la cooperazione tecnologica, il turismo e, soprattutto, la cooperazione strategica contro l’Iran, considerata da tutti e tre e dagli Stati Uniti la “principale minaccia alla stabilità regionale”. L’ostilità verso Teheran ha avvicinato Israele, Bahrein e Emirati Arabi Uniti, che godono anche di un tacito sostegno saudita ai loro sforzi di pace. Sebbene i sauditi si siano cautamente astenuti dall’unirsi pubblicamente ai negoziati di pace, hanno aperto il loro spazio aereo ai voli commerciali tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e ai viaggi verso est da Israele verso altre destinazioni. E ora anche Marocco, Oman e Sudan potrebbero cominciare a pensare di avviare negoziati con Israele. Questo potrebbe indurre – o meglio, costringere – l’Autorità palestinese ad “abbassare” la soglia delle sue richieste. Trump, insomma, è arrivato a dei risultati che Barack Obama non aveva nemmeno lontanamente assaporato.

Il nodo però rimane il rapporto con l’Iran

Gli Accordi di Abramo, che hanno l’obiettivo di isolare (ulteriormente) Teheran, hanno un rovescio della medaglia e non risolvono però i problemi dei rapporti “controversi” dell’amministrazione americana con la Repubblica Islamica. Uscendo dall’accordo sul nucleare, gli Stati Uniti hanno reintrodotto durissime sanzioni economiche che hanno l’obiettivo di stritolare il regime, ottenendo l’effetto indesiderato di saldare i rapporti bilaterali fra Pechino e Teheran. Il New York Times ha pubblicato un articolo in prima pagina citando una bozza “trapelata” dell’accordo di partenariato strategico di 25 anni in corso di negoziazione tra Cina e Iran: “Il patto di investimento e sicurezza estenderebbe enormemente l’influenza della Cina in Medio Oriente” scrive il Nyt, garantendo all’Iran “un’ancora di salvezza economica e creando nuovi punti di contrasto con gli Stati Uniti”, si legge.

In un’intervista del 2 agosto con Fox News, Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha affermato che il potenziale accordo Cina-Iran metterebbe il denaro del Partito Comunista cinese nelle mani del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche. “L’ingresso della Cina in Iran destabilizzerà il Medio Oriente. Metterà a rischio Israele. Metterà a rischio anche il Regno dell’Arabia Saudita e gli Emirati”, ha detto Pompeo, a dimostrazione che l’amministrazione Usa – retorica di Pompeo a parte – è davvero preoccupata dell’influenza di Pechino nel Medio Oriente. Ma sotto quest’aspetto dovrebbe solo fare mea culpa. Se Washington avesse assunto un atteggiamento più moderato e improntato sul realismo – come ha fatto in altre occasioni – forse sarebbe riuscito a ottenere di più.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.