Accordi commerciali, affari d’oro, esportazioni e importazioni in crescita, spedizioni marittime ormai oliate alla perfezione e porti affollati. La Cina sta consolidando la sua presenza alle porte dell’Europa. Lo sta facendo ormai da anni, al punto che oggi, in almeno tre aree strategiche, Pechino può giocare un ruolo fondamentale nelle dinamiche economiche che interessano il Vecchio Continente.

I Balcani, per alcuni il “ventre molle europeo”, rappresentano un esempio lampante. Secondo il Balkan Investigative Reporting Network (BIRN), nel periodo 2009-2021, la Cina ha investito nella regione 32 miliardi di euro, tra progetti e infrastrutture di vario tipo. Nella sola Serbia, gli investimenti cinesi hanno raggiunto i 10,3 miliardi di euro. Certo, nonostante gli ingenti afflussi di capitali cinesi, l’Ue resta ancora il principale partner economico regionale, con il 70 % del totale degli investimenti diretti esteri e l’81 % delle esportazioni. Eppure le cose non funzionano come vorrebbe Bruxelles. Per sei Paesi dei Balcani occidentali (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia) è stato stimato fabbisogno di investimento annuo stimato in circa 7,7 miliardi di euro. Gli investimenti di qualità sono rari, e i pochi presenti sono legati a condizionalità politiche, ambientali o sociali che i governi locali hanno difficoltà a rispettare. È qui che la Cina ha trovato una prateria, trasformando in diamanti i cocci di bottiglia della periferia europea.

Più a sud dell’Europa, nel Nord Africa, troviamo un’altra zona sensibile agli interessi cinesi che, nell’ottica del Dragone, si potrebbe definire porta d’accesso al Mediterraneo. In seguito al lancio della Nuova Via della Seta (o Belt and Road Initiative, BRI), la fascia settentrionale del Continente Nero ha assunto per la Cina un enorme peso strategico. In altre parole, Pechino considera l’Africa settentrionale una specie di porta d’accesso a tre direzioni: verso il resto dell’Africa, verso il Mediterraneo e verso il Medio Oriente.

Arriviamo così alla terza area finita da tempo nel mirino cinese: il citato Mar Mediterraneo. Il gigante asiatico controlla molteplici porti e, unendo le varie rotte, emerge un puzzle funzionale agli obiettivi della BRI. I tre principali colossi dello shipping cinesi, Cosco Shipping Ports, China Merchants Port Holdings e Qingdao Port International Development sono in possesso delle quote di vari porti del Mediterraneo. La lista è lunga: il porto del Pireo, Valencia (51% Cosco), Casablanca (49% Cosco), Vado Ligure (40% Cosco, 10% QPI), Bilbao (40% Cosco), Ambarli (26% Cosco), Marsiglia (CMPort 25%), Port Said (20% Cosco) e Tanger Med (20 % CMPort). A questi si aggiungono Cherchell in Algeria, Haifa e Ashdod in Israele.

I Balcani: la via per l’Europa

Che cosa cerca la Cina ai confini dell’Europa? Semplice: accordi commerciali e politici capaci di garantirle risorse e presenza strategica nell’ambito del braccio di ferro a distanza con gli Stati Uniti. Prendiamo i Balcani. Qui la Cina ha dimostrato di far sul serio. Gli emissari di Pechino si presentano ai vari Presidenti con fare amichevole e sono ben felici di erogare prestiti e finanziare infrastrutture. In cambio, il Dragone accresce la propria sfera d’influenza nella regione, sottraendola agli avversari politici (il ritiro della Russia ha di fatto lasciato carta bianca ai progetti cinesi).

La Cina ha cercato di presentarsi come un investitore strategico, e cioè che non interviene negli affari politici interni e che è disposto a chiudere gli occhi su alcuni aspetti come gli aiuti di Stato, la corruzione o le leggi sul lavoro. Un primo focus sulle infrastrutture di trasporto (attraverso il Pireo e Belgrado per raggiungere Duisburg) si è poi esteso all’industria, all’energia e alle comunicazioni.

La BRI funge da quadro principale per espandere la presenza economica della Cina nella regione e le consente di accedere alle principali rotte terrestri e marittime. Prestiti e investimenti in imprese rafforzano ulteriormente la posizione dell’ex Impero di Mezzo (spesso, bisogna dirlo, creano anche dipendenze e persino trappole del debito). In generale, Pechino considera la regione balcanica la porta perfetta dalla quale enetrare in Europa.

Il Nord Africa: l’accesso al Mediterraneo

Per secoli il Medio Oriente e il Nord Africa sono stati tradizionalmente al di fuori della sfera di interesse della Cina. I tempi sono mutati e oggi, per una potenza in ascesa come lo è quella cinese, sarebbe impensabile ignorare questa regione. Vale la pena soffermarci su tre Paesi chiave: Algeria, Libia ed Egitto.

In Algeria i cinesi sono presenti nel settore energetico, ma anche in quello infrastrutturale. Dal 2000 al 2014, Pechino ha costruito 13.000 chilometri di nuove strade e 3.000 ferrovie, in più a stadi, dighe, porti e raffinerie. Sono in programma aeroporti, moschee e un porto. In Libia la Cina è al lavoro per effettuare investimenti nel settore petrolifero e dell’energia. L’Egitto, una nazione che controlla di fatto il Canale di Suez, è il terzo partner commerciale della Cina in Africa. Giusto per capire l’entità degli scambi commerciali reciproci, nel 2017 i due Paesi hanno raggiunto quota 10,8 miliardi di dollari, mentre le importazioni egiziane dalla Cina hanno sfondato il tetto degli 8 miliardi.

Secondo la School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2017, i prestiti cinesi ai governi nordafricani hanno superato i 4,6 miliardi di dollari. Al primo posto l’Egitto (più di 3,4 miliardi), poi Marocco (oltre 1 miliardo), Tunisia (145 milioni) e Algeria (9 milioni).

L’importanza del Mare Nostrum

Nel Mediterraneo, soprattutto nella parte orientale, la Cina sta costruendo una rilevante presenza economica. Non solo costruendo e gestendo ponti e altre infrastrutture, ma anche inviando e spedendo le sue merci a bordo di possenti navi container. I

l Mare Nostrum è del resto una delle autostrade marittime più importanti. E, agli occhi dei cinesi, lo diventa ancor di più se proprio qui confluisce l’estremità occidentale della BRI. Chi controlla il Mare Nostrum ha accesso alle risorse petrolifere del Golfo Persico, alle economie in rapida crescita dell’Africa, alla potenza militare della Nato nonché al motore economico dell’Unione europea. La Cina è già qui.

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