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Il Mediterraneo e il Medio Oriente sono due mondi legati indissolubilmente. L’uno incide sull’altro. E i destini sono intrecciati fra loro tanto che oggi si fa sempre più spazio il concetto di Mediterraneo allargato, che unisce i due elementi non solo da un punto di vista geografico, ma anche politico. Non esiste più il solo bacino del Mediterraneo: tutto è unito in un unico grande gioco strategico.

E chi pensava che il Mediterraneo fosse costretto a essere relegato a un ruolo secondario rispetto alle nuove sfide globali, in questi anni non ha potuto fare altro che ricredersi. Il Mediterraneo (sia in senso stretto sia nel suo concetto di “allargato”) rimane uno dei grandi nuclei della politica internazionale. E lo dimostrano tutte le aree di crisi che colpiscono Stati e regioni bagnate dal Mare Nostrum. Così come lo dimostra l’interesse prioritario che ha la regione per le grandi potenze internazionali che si sfidano per la supremazia globale.

E Roma, in questo senso, può assumere una posizione peculiare. Come dimostrato anche dai Mediterranean Dialogues promossi da Ispi, che si tengono nella capitale italiana. Incontri di altissimo livello, dove saranno presenti i massimi esponenti della diplomazia italiana e mondiale e che dimostra come il Mediterraneo, di cui l’Italia è centro anche geografico, sia ancora oggi il fulcro di molti rapporti economici, politici e militari.

Nel Mediterraneo si giocano interessi contrapposti. Gli Stati Uniti, presenti nel bacino marittimo grazie alle loro basi ma anche grazie alla creazione della Nato, hanno unito i destini del Mare Nostrum a quelli dell’Atlantico, rendendo il nostro mare parte integrante della loro strategia. Washington ha costruito un sistema di alleanze e partnership per rafforzare l’asse euro-americano che va da Gibilterra a Suez. E per decenni si è pensato che il Pentagono potesse avere e mantenere il pieno controllo del Mediterraneo. E con esso, il controllo della politica fra i tre continenti bagnati da questo mare: Africa, Asia ed Europa. Caduta l’Unione sovietica, solo l’America sembrava potersi assumere il ruolo di superpotenza che avrebbe vigilato sull’intera regione.

Ma negli anni, questo sistema consolidato di potere ha subito delle trasformazioni. La rinascita della Russia dopo anni di quiescenza e soprattutto l’avvento della Cina nel quadrante mediterraneo, hanno scosso profondamente la politica Usa nella regione. E quello che sembrava essere un destino ineluttabile, si è dimostrato essere molto più a rischio di quanto si potesse pensare. E con questo rimescolamento delle carte, è possibile leggere le diverse crisi che hanno costellato il bacino del Mediterraneo. Ma anche il gioco estremamente complesso che stanno realizzando le tre superpotenze che guidano i destini del mondo.

La guerra in Siria e quella in Libia sono due esempi perfetti per capire la centralità della regione. Lo Stato islamico è stato indubbiamente sconfitto da un punto di vista militare. Ma l’ascesa del Califfato è stata anche la dimostrazione che Russia e Stati Uniti (e in parte anche la Cina) fossero totalmente interessate a ristabilire i parametri della loro presenza nella regione. La sfida non era solo contro il terrorismo o per rovesciare un governo piuttosto che un altro. La sfida era anche, e soprattutto, legata all’avere accesso al Mar Mediterraneo o toglierlo alla potenza rivale. La Russia rischiava di perdere le sua basi in Siria. Mentre in Libia, l’Occidente ha ristabilito la sua presenza in un Paese in cui Muhammar Gheddafi aveva di fatto escluso altre potenze del blocco atlantico, ad eccezione (a livello economico) dell’Italia. 

Ma l’accesso al Mediterraneo non significa solo avere o meno una base. Significa anche commercio, terminali di gas e petrolio, strategia nei rapporti economici e quindi politici. Mentre infatti la Russia necessita dell’acceso ai mari caldi, e gli Stati Uniti al contrario vogliono bloccare la strategia navale di Mosca, la Cina sta entrando prepotentemente nel Mediterraneo attraverso i suoi accordi commerciali e infrastrutturali con cui sta costruendo le sue “ancore” della Nuova Via della Seta marittima.

Da Oriente arriva una nuova potenza che può modificare radicalmente il quadro dei rapporti strategici. E gli accordi siglati in questi anni ne sono la dimostrazione. Israele, Siria, Turchia, Grecia, Balcani, Egitto, Libia, Spagna e anche l’Italia sono già entrate nel mirino di Pechino. E questo ingresso del dragone in quello che è un mare che sembrava diviso fra due superpotenze e le diverse potenze europee, ha reso il Mediterraneo un territorio di caccia anche per il nuovo impero cinese.

Una caccia in cui assume un ruolo primario anche il potenziale energetico dei fondali del Mediterraneo: ricchissimi e in parte ancora inesplorati. Ed è proprio sotto questo profilo che si possono leggere molte delle attuali crisi internazionali ma anche dei nuovi equilibri politici. Il gas, vera e propria chiave per comprendere il presente e il futuro della regione, assume ogni giorno un ruolo fondamentale per comprendere i meccanismi regionali. E il Mediterraneo orientale è il laboratorio di nuove alleanze ma anche nuove sfide che hanno al centro gli idrocarburi.

Come spiegato da Paolo Magri di Ispi, padrone di casa dei Dialoghi mediterranei, gli idrocarburi “da fattore di conflitto possono essere fattore di stabilizzazione”. Ma, come una logica dei vasi comunicanti, stabilizzazione di un’area, cioè consolidamento o nascita di alleanze, significa anche tensioni crescenti con gli Stati che si sentono esclusi da questa rimodulazione o che vogliono avere l’egemonia su un’area. Lo dimostra la Turchia di Recep Tayyip Erodgan con li fondali di Cipro. Ma lo dimostra anche l’asse fra Israele, Grecia ed Egitto, che, oltre a escludere la Turchia, vuole evitare che l’Iran possa portare il suo gas nel Mediterraneo.

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