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Il Consiglio Ue si avvicina e per il governo italiano guidato da Giorgia Meloni si prepara una nuova prova sullo scenario internazionale. Non la prima, dal momento che l’esecutivo di centrodestra ha già superato quelle della Cop27 di Sharm El Sheik e del G20 di Bali. Ma questa volta il palcoscenico sarà quello europeo, dove più delle altre volte Meloni sarà chiamata a confermare di essere la premier di un governo pienamente in linea con l’Unione europea e con gli alleati più importanti di Bruxelles.

I nodi spinosi dell’Ue

La fase che vive l’Unione è profondamente delicata e i temi all’ordine del giorno sono praticamente dettati dalla cronaca più che da una complessiva programmazione da parte di Bruxelles. La guerra in Ucraina continua a essere al centro dei colloqui insieme alle proposte su come fare fronte alla crisi energetica e alle fluttuazioni dei prezzi del gas e delle materie prime. A questo, si unisce il tema delle sanzioni a Mosca, con il negoziato sul nono pacchetto di sanzioni e il grande nodo del tetto massimo al prezzo del petrolio russo, cui corre parallelo il dibattito sul sostegno militare a Kiev.

Fondamentale, anche se per ora messo da parte nella discussione europea, il nodo dei flussi migratori, che dopo lo scontro diplomatico tra Francia e Italia ha ripreso vigore specialmente nella sfida tra governi del fronte mediterraneo e organizzazioni non governative. Pesa infine, il nuovo caso Qatargate, un vulnus per la percezione del sistema Ue da parte dell’opinione pubblica, che vede le istituzioni continentali colpite dal principale scandalo internazionale che coinvolge il Parlamento europeo.

Un precario equilibrio su cui si innestano problemi mai risolti e una sensazione di fondo che anima l’ultimo periodo dell’Ue: quella di una forma di fragile e precario equilibrio in assenza di leader in grado di imporre un’agenda europea univoca, autonoma e fondamentalmente in grado di rispondere alle grandi sfide che il mondo presenta al Vecchio Continente.

Il ruolo dell’Italia e le sue priorità

L’Italia, in questa condizione non facile che vive l’intero sistema Ue, si presenta con il primo governo politico dopo l’era dei tecnici e di Mario Draghi e soprattutto con una leader che ha dimostrato di essere pienamente inserita all’interno del quadro europeo e atlantico nonostante lo spauracchio agitato da parte del sistema mediatico e politico Ue contrario all’attuale maggioranza. La chiarezza delle linee di politica estera aiuta certamente Palazzo Chigi nel vertice di Bruxelles, ma i temi all’ordine del giorno rappresentano punti estremamente complessi: dossier che sono spesso veri e propri banchi di prova su cui Roma non può disinteressarsi.

La questione migratoria, che come ricordato ha diviso Palazzo Chigi e l’Eliseo con l’intervento anche del Quirinale per placare gli animi, ha messo al centro del dibattito europeo il tema della redistribuzione dei flussi e del peso dell’accoglienza.

Il tema della crisi energetica, su cui l’Italia può incidere fino a un certo punto, rappresenta un enorme punto interrogativo per l’economia delle famiglie e per il sistema industria italiano. Ed è un tema che ha inevitabilmente anche profondi legami con la politica estera del Paese. Non a caso Meloni, nelle sue comunicazioni alla Camera dei Deputati, ha spiegato che l’intento del governo è quello di rendere l’Italia “uno snodo energetico che colleghi, tramite gasdotti che dovranno traportare in prospettiva idrogeno verde, ed elettrodotti”, l’Europa con la sponda sud del Mediterraneo. La premier ha ribadito a tal proposito l’idea del “Piano Mattei per l’Africa”, che si ricollega al nodo dell’immigrazione in quanto utile a favorire “il diritto a non dover emigrare, piuttosto che quello di emigrare per forza sostenuto sin qui”. 

Infine, sul fronte dei rapporti con l’estero vicino, l’Italia deve fare i conti anche con quanto accade nei Balcani, dove la recente crisi tra Kosovo e Serbia ha riacceso i riflettori su una regione a noi vicina quanto spesso sottovalutata negli equilibri continentali. In Aula al Senato, Giorgia Meloni ha sottolineato che “la stabilità dei Balcani occidentali è per noi una priorità e particolarmente oggi, quando ovviamente le conseguenze del conflitto ucraino impattano su una regione che ha già problemi di stabilità. C’è un tentativo ulteriore messo in campo dalla Russia di destabilizzazione e dall’altra parte c’è un interesse, da parte dell’Europa per come la vedo io, particolarmente da parte dell’Italia, alla stabilizzazione di quest’area”.

In tutto questo, vi è poi da considerare il momento generale della politica continentale, scalfita non solo dal cosiddetto Qatargate, ma anche da quella debolezza che ormai contraddistingue le più importanti cancellerie europee che si innesta su una profonda evoluzione del quadro strategico Ue.

L’asse franco-tedesco, per anni motore dell’Unione, oggi appare indebolito sia in quanto rappresentato da due leader sempre meno forti sul piano interno, sia in quanto meno rappresentativo della maggioranza dei Paesi Ue. Né la Francia né la Germania sono apparse in grado di incidere profondamente nel destino dell’Unione, sia sotto il piano diplomatico che militare, e non hanno saputo dare risposte unitarie su temi di carattere bilaterale e continentale. E non a caso la stessa Meloni ha sottolineato come fosse “d’accordo sul tema della triangolazione con Francia Germania, che è mancata in questi anni” e che il tavolo (europeo) ha “barcollato perché le gambe erano due. Ora la situazione è cambiata e consente a noi di giocare un ruolo diverso”.

Il vento atlantista che spira su tutta l’Europa e consolidato dall’invasione russa dell’Ucraina ha poi prodotto l’ascesa di altri Paesi molto legati all’agenda Usa e riottosi rispetto a quella del moderatismo di Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Su tutti la Polonia, che appare in questi mesi come un attore con un ruolo sempre maggiore in particolare per il pieno supporto di Washington e per il suo coinvolgimento nella sfida alla Russia. Questo processo va in parallelo anche con uno stallo della discussione sull’autonomia strategica europea sia in chiave militare che diplomatica. La crisi – bellica, finanziaria, energetica – ha trovato un’Europa impreparata e una Nato molto più in grado di esprimere un’agenda unitaria. E questo si ripercuote inevitabilmente su un tema, quello della difesa comune, che è anche di naturale industriale oltre che politica.

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