Non c’è pace per la Germania di Angela Merkel. E la tempesta che si è abbattuta sui servizi segreti rischia di essere l’ennesimo colpo di grazia a una leadership che arranca ormai da parecchie settimane, se non mesi. Il ministro dell’Interno, Horst Seehofer, ha deciso di mandare in pensione anticipata Hans-Georg Maassen, l’ex capo del servizio di intelligence interna BfV (Bundesamt fuer Verfassungsschutz).

Maassen era stato rimosso dalla guida dei servizi dopo il cosiddetto “caso Chemnitz”. Un intrigo di presunti legami con l’estrema destra tedesca e rapporti difficili con l’esecutivo che aveva costretto Seehofer a prendere la decisione di spostare di scrivania il capo del BfV, facendolo diventare consigliere del ministero dell’Interno. Una scelta volta a tutelare quello che per tutti era una sorta di protetto dello stesso ministro nonché guida della Csu.

Ma la politica è mutevole così come i sentimenti delle persone. E così, da protetto del ministro, Maassen è diventato un personaggio scomodo anche per lo stesso capo della Csu, che adesso si trova a dover fronteggiare la grave crisi di governo insieme a questo dossier sul BfV a dir poco scottante. La decisione finale sul capo dei servizi è arrivata dopo l’ennesima colpo di scena.

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Il 18 ottobre, Maassen, insieme ai suoi omologhi europei, ha preso parte alla riunione del “club di Berna“. In quell’occasione, il capo dei servizi interni non solo aveva ribadito le sue posizioni su Chemnitz, definendosi vittima di un complotto e delle frange di “sinistra radicale” dello Spd (cioè dell’alleato di governo della Merkel), ma aveva anche deciso di pubblicare il suo discorso sulla rete intranet della stessa intelligence tedesca. 

Una scelta poco felice da parte del funzionario tedesco, tanto che da Berlino è arrivata la telefonata: Maassen va in pensione anticipata e finisce qualsiasi tipo di rapporti di lavoro con lo Stato. “Nel suo discorso ha usato delle formule inaccettabili”, ha dichiarato Seehofer. Il ministro dell’Interno ha definito “inaccettabile” il fatto che il leader del BfV abbia qualificato come “ingenua” la politica migratoria proposta dalla Grande Coalizione. Un conto è la politica: un conto è essere al capo dei servizi. E quelle parole, in un momento così grave per la stabilità del governo, sono state ritenute eccessive anche da uno come Seehofer, che di certo non ha mai negato critiche alla cancelliera sul fronte migranti.

Ma adesso a Berlino hanno capito, più o meno tutti, che il governo ha l’acqua alla gola. Seehofer è accusato da più parti di aver alimentato l’emorragia di voti dalla Grande Coalizione proprio per questo continuo scontro con Angela Merkel sulla politica migratoria e sulla sicurezza. E lo Spd, stampella sempre più debole ma necessaria della Groko (Grosse Koalition), ha chiesto il siluramento di Maassen sin dai primi di settembre, quando esplose il caso Chemnitz e iniziarono le accuse sui legami fra il capo dei servizi e l’Aternative fur Deutschland.

Il capo organizzativo dello Spd, Lars Klingbeil ha dichiarato che “la decisione di Seehofer era necessaria da molto tempo”, ribadendo che “Maassen ha dimostrato ancora una volta la tendenza ad avvalorare teorie cospirazioniste dell’estrema destra”. Critiche dure sono arrivate anche dalla Linke e dai Verdi, partito in fortissima ascesa nel panorama del centrosinistra tedesco e che viene visto con estrema preoccupazione dai socialdemocratici, che punta il dito contro Seehofer: “Il ministro degli Interni è pienamente responsabile per questo disastro”, ha affermato l’esponente verde Konstantin von Notz.

Unici a difendere Maassen, i vertici dell’Afd. Joerg Meuthen ha detto che l’ex capo dei servizi “è un funzionario di primo livello, dall’etica professionale elevata, che ha il coraggio di esprimere anche verità scomode. Se avesse interesse a entrare nelle nostre file, sarebbe ovviamente il benvenuto”.

La minaccia dello Spd e le critiche nei confronti di Seehofer hanno probabilmente spinto l’acceleratore sulla fine dei rapporti con il capo del Bundesamt fuer Verfassungsschutz. Ma per la cancelliera, l’impressione è che si stiano velocizzando i tempi della fine del mandato. Come spiega Repubblica, in questi giorni di crisi di governo con l’annuncio della Merkel di abbandonare il trono della Cdu, sta emergendo il ruolo di Wolfgang Schaeuble. Il falco dell’austerity in salsa germanica, ora presidente del Bundestag, starebbe spingendo da dietro le quinte per Friedrich Merz alla guida del partito. L’occhio del ciclone si sposta quindi sempre più su Berlino. E la Grande Coalizione, dopo le disfatte in Baviera e in Assia, è sempre più fragile.

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