C’è un filo che lega Viktor  Orbán e Sebastian Kurz. Secondo Alain de Benoist, il legame che intercorre tra Ungheria ed Austria è sottolineato dalle “componenti dell’impero austro-ungarico nei confronti delle direttive europee, particolarmente a proposito dei migranti…”. Ed è proprio dal centro Europa, ultimamente diventato un laboratorio delle istanze populiste, che i sovranisti si aspettano quel colpo di reni in grado di riportare le loro tematiche di punta sul banco dell’attualità politica. Se Sebastian Kurz dovesse confermare le previsioni dei sondaggi e diventare quindi il prossimo cancelliere dell’Austria, la Doppelmonarchie austro-ungarica potrebbe metaforicamente fare il suo ritorno nello scacchiere  continentale. Tra le politiche promosse dal premier ungherese e quanto propagandato da Kurz in questa campagna elettorale esiste, del resto, una piena sintonia. 

Quasi l’intera campagna elettorale di Kurz  si è basata sugli interventi finalizzati a contenere i flussi migratori: ha più volte ribadito la volontà di porre un freno all’immigrazione illegale. Orban, invece, ha sfidato Gentiloni chiedendogli di chiudere i porti italiani, ha costruito il muro che dal 2015 consente a Budapest di essere una città invalicabile, provando a pretendere, peraltro, che l’Ue pagasse metà dei costi della costruzione, ha contestato alla stessa Unione Europea, ancora, l’applicazione dei doppi standard ai paesi membri in materia d’immigrazione. Sui migranti, insomma, Austria e Ungheria sono destinate a parlare la stessa lingua. A questo si aggiunga, inoltre, che Kurz si è sovrapposto tematicamente al Partito della Libertà, costruendo il suo consenso per mezzo dei toni forti e delle istanze che solitamente in Austria erano cavalcate dagli eredi di Haider. Heinz Christian Strache, che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità di Hofer e portare finalmente il partito alla guida dell’Austria, finirà con ogni probabilità a svolgere il ruolo di vicepresidente di un governo a trazione sovranista, escludendo così i socialdemocratici e la loro contiguità con Bruxelles. 

I due paesi che composero la doppia monarchia dell’impero austro-ungarico sono quelli che più degli altri hanno riproposto la tematica del “confine” nel dibattito politico europeo. Durante la scorsa estate, gli austriaci hanno inviato 70 militari al Brennero per evitare l’ingresso di irregolari, ma più in generale la questione del controllo delle frontiere è stata sollevata molte volte dal governo austriaco in questi anni. Due nazioni chiuse, dunque, impegnate nella ricerca di una propria specifica identità, dopo essere stati vittima dell’invasione nazista i primi e del dominio dei sovietici i secondi. Con l’ausilio di altri paesi ex asburgici, come la Repubblica Ceca, la Polonia e gli stati balcanici, dove la visione sui migranti è speculare a quella di Orban e Kurz, insomma, potrebbe nascere un fronte numericamente importante da contrapporre alle istituzioni europee che predicano la bontà sempieterna dell’ “accoglienza”. E così il populismo, la chiamata alla realizzazione di un destino comunitario tramite il ripristino di un’assoluta sovranità popolare, potrebbe tornare a fare capolino, spuntando dalle ceneri dell’impero austro-ungarico. Un ente storicamente litigioso proprio rispetto ai confini che dividevano i loro popoli. 

I grandi raggruppamenti nazionali ungheresi ed austriaci hanno in comune, infine, più della mera rigidità verso i flussi migratori. Entrambi i leader fanno appello alle radici del loro popolo, quelle che custodiscono l’identità e la sovranità della loro nazione. E per quanto Kurz rappresenti  un’espressione del conservatorismo socialee Orban un sovranista vero e proprio, non sono mancate, in questa campagna elettorale austriaca, le accuse nei confronti di quella élite europea tanto contestata dai populisti tout court. Se Viktor Orban, poi, ha costruito il muro in barba ai diktat di Bruxelles, Kurz, quando era ministro degli Interni, ha chiuso la rotta balcanica, scontrandosi apertamente con la Merkel. L’impero austro-ungarico, insomma, potrebbe figurativamente rinascere in un “blocco populista”. Resta da comprendere se, come ai tempi degli asburgo, saranno gli stessi monarchi a scontrarsi fra loro, magari anche in materie riguardanti migrazioni e confini. 

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