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Il ministro della Difesa inglese, Gavin Williamson, durante un discorso tenuto lunedì al Royal United Services Institute di Londra, il più prestigioso think tank che si occupa di Difesa, ha riferito che con Brexit è giunto il tempo per Londra di ritornare ad essere una potenza globale.

“Brexit ci ha condotto ad un grande momento nella nostra storia. Un momento in cui dobbiamo rafforzare la nostra presenza globale, accrescere la nostra letalità e aumentare il nostro peso politico” sono state le parole del Ministro Williamson.

L’analisi di Williamson

Nel suo discorso il Ministro della Difesa non ha usato mezzi termini: il Regno Unito deve posizionarsi sulla scena globale come una potenza di prima categoria capace di intervenire unilateralmente contro quei Paesi che “disprezzano le leggi internazionali”.

Per Williamson la Brexit è l’occasione di considerare il modo non solo di progettare ma di massimizzare l’influenza inglese nel mondo nei mesi e negli anni prossimi a venire. 

Il giovane Ministro ha anche indicato quali sono le minacce che Londra dovrà contrastare, e come si può facilmente immaginare sono rappresentata da Mosca e da Pechino.

“Abbiamo imparato molto dal contrasto ad al-Qaeda e Daesh, ma mentre abbiamo affrontato questo estremismo, la competizione tra Stati è ritornata in auge. Oggi la Russia sta risorgendo, ricostruendo il suo arsenale militare e cercando di riportare i Paesi indipendenti che facevano parte dell’Unione Sovietica, come la Georgia e l’Ucraina, di nuovo nella sua orbita. Nel mentre la Cina sta sviluppando moderne capacità militari e accrescendo la sua potenza commerciale”. Poche parole che definiscono però bene quali sono gli avversari, secondo Williamson, del Regno Unito.

Qual è il piano di Williamson per ridare lustro al Regno Unito?

Il responsabile del dicastero alla Difesa ha le idee chiare. Per prima cosa intende stabilire due nuove basi militari in Asia e nei Caraibi per garantire una maggiore presenza inglese che funga anche da deterrente verso le nuove e vecchie minacce che si sono palesate, sebbene il Ministro non abbia rivelato dove esattamente Londra dovrebbe costruire le nuove infrastrutture.

Secondariamente pensa di inviare la nuova portaerei Queen Elizabeth nel Mar Cinese Meridionale, sempre più al centro delle tensioni internazionali dello scacchiere asiatico, per contrastare l’espansionismo cinese nell’area e per ristabilire i contrappesi del commercio globale sbilanciati in favore di Pechino grazie alla politica che fa capo al progetto della Nuova Via della Seta (la Belt and Road Initiative).

Inoltre si prevede di dotare le Forze Armate inglesi di uno “stormo di droni” per operazioni speciali – dal costo di 7 milioni di sterline – che potrebbe essere già pronto per la fine del 2019. 

Williamson propone anche di riconvertire unità navali civili (mercantili e traghetti) per fornire ai Royal Marines nuovi vascelli multiruolo in grado di effettuare operazioni umanitarie e militari.

Da ultimo nei progetti inglesi c’è la volontà di incrementare gli specialisti informatici nel quadro della cyber warfare: gli hacker con le stellette di Londra passeranno dagli attuali 500 ai 2mila. Questo per bilanciare e porre un argine ai continui attacchi informatici a cui sono sottoposte le reti occidentali per opera di Cina e Russia.

Una nuova politica estera basata sull’hard power che cerca di cancellare più di 10 anni di disingaggio, cominciato con Tony Blair e proseguito con David Cameron, che hanno portato il Regno Unito sempre più lontano dal consesso dove si decidono le sorti del mondo complice una politica di tagli – anche pesanti – alla Difesa. Politica che sfrutterebbe lo stanziamento di 1,8 miliardi di sterline – reso possibile dalla Brexit – presente nell’ultima legge di bilancio. 

Critiche e problematiche

Non sono mancate le critiche, anche aspre, al progetto del Ministro Williamson. C’è infatti, come Simon Jenkins che dalle colonne del Guardian tuona contro il Ministro, chi sostiene che la Difesa abbia un enorme buco di 7 miliardi di sterline che renda impossibile un simile cambiamento di politica.

Sempre Jenkins afferma, a buon diritto, che la Queen Elizabeth non potrà essere schierata prima del 2021 e che qualora fosse inviata nel Mar Cinese Meridionale con uno stormo imbarcato di F-35 composto da velivoli inglesi e americani – come vorrebbe il Ministro – farebbe solamente da comodo bersaglio per un attacco cinese, come se fosse una sorta di anatra placidamente galleggiante.

Il piano ambizioso di Williamson si scontra però con la realtà delle Forze Armate inglesi, pesantemente colpite dalla scure dei tagli delle precedenti amministrazioni Tory. Secondo i rapporti propedeutici alla legge di bilancio, la Difesa inglese avrebbe bisogno di circa 180 miliardi di sterline in 10 anni per rattoppare tutte le carenze di materiali e organico che si sono create in più di un decennio di amministrazione liberale. 

Una politica estera minata dall’Europa?

La domanda a cui cercheremo di dare una risposta è la seguente: davvero l’Europa costringeva Londra ad una politica estera timida e quindi Brexit ha sciolto le catene che la imbrigliavano?

La risposta è semplice: no. Il Regno Unito ha sempre goduto di uno status particolare in seno all’Europa, e non solo per le questioni economiche, commerciali e valutarie. Ne sono esempio i continui tentativi europei di uniformare e razionalizzare l’apparato militare dei suoi Stati membri che hanno sempre subito il veto di Londra, da sempre filoamericana e impegnata a perseguire autonomamente le proprie politiche in campo militare. Non è un caso, infatti, che il progetto europeo di pianificazione industriale in campo militare, chiamato Pesco, sia finalmente potuto partire proprio immediatamente dopo il risultato del referendum inglese.

Londra per caso ha trovato ostruzioni nel sovvertimento del regime di Gheddafi da parte dell’Europa? Londra è stata forse ostacolata da Bruxelles quando ha deciso di bombardare la Siria accusata, pretestuosamente, di aver usato il gas nervino sulla popolazione? Ovviamente no. Nemmeno la Francia, a ben vedere, ha trovato particolari ostruzioni nelle medesime occasioni, del resto se c’è una cosa che l’Europa non ha, oltre a un esercito comunitario, è anche una politica estera comune.

Se le critiche mosse contro Williamson appaiono per certi versi gratuite e causate più dalla rivalità politica che da un’attenta analisi strategica – come ad esempio considerare la portaerei Queen Elizabeth un facile bersaglio come se fosse un mercantile qualunque – dall’altro le dichiarazioni del ministro sono più da leggersi come propaganda in un momento in cui la questione della Brexit è ancora molto dibattuta internamente e occorre quindi sparare “con tutti i calibri” contro gli avversari politici. 

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