Ieri il mondo ha conosciuto ore di ansia. La visita del segretario di Stato americano Rex Tillerson a Mosca, primo incontro tra la nuova amministrazione americana e la dirigenza russa, si è svolta in un clima di altissima tensione.Tensione accentuata dalle dichiarazioni previe dei presidenti delle due nazioni, che tra il mattino e il pomeriggio hanno incrociato le spade, Trump dichiarando tutta la sua avversità ad Assad e al suo potente alleato, Putin affermando che la nuova amministrazione americana ha “degradato” il rapporto tra i due Paesi.Due i motivi di fondo degli incontri che Tillerson ha avuto con il suo omologo russo, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, e con il presidente Vladimir Putin (incontro quest’ultimo che sembrava dovesse saltare e che poi invece ha avuto luogo, accentuandone così il significato distensivo).Primo e fondamentale motivo dell’incontro era quello di discutere le implicazioni varie e ultime dell’azione unilaterale di Washington nel teatro di guerra siriano.Infatti, il lancio di missili americani contro una base aerea siriana, avvenuto il 7 aprile scorso (come scritto in altra postilla di Piccolenote), era in realtà diretto contro i russi, la cui presenza in Siria sta ostacolando i piani americani in Siria e in tutto il Medio Oriente.Infatti, i tomahawk lanciati in risposta alla morte di 80 civili a Idlib (eccidio attribuito dall’Occidente a un attacco chimico portato dall’aviazione di Assad, accusa respinta da Mosca), avevano come obiettivo una base usata anche dall’aeronautica militare russa. Un’enormità: dal dopoguerra non era mai successo che l’America avesse attaccato la Russia o viceversa.Tillerson è stato inviato in Russia per capire se il Cremlino aveva recepito il messaggio recapitato da quei missili. Un messaggio semplice: Washington non è disposta a trattare alla pari con Mosca, come all’epoca della Guerra Fredda, ma secondo quel principio di preminenza globale che si è guadagnata come potenza vincitrice di tale guerra.Principio che negli ultimi quindici anni si è andato rafforzando in forza del dispiegarsi più aggressivo di tale egemonia globale, tanto da accreditarsi come principio fondante del nuovo e definitivo ordine mondiale.In base a tale principio, la deliberazione presa nei circoli che detengono il potere in Occidente riguardo la fine del regno di Assad non può essere oggetto di trattativa, come nel passato è avvenuto per Saddam Hussein e per Muammar Gheddafi.L’opposizione a tale deliberazione, ovvero ciò che sta facendo Mosca, non è tanto e solo una questione di geopolitica regionale; l’Impero globale percepisce tale resistenza come una sfida esistenziale, dal momento che è messa in discussione la sua sovranità.Da qui il diktat portato a Mosca da Tillerson. Al quale Mosca ha opposto il suo niet. Per essere più chiari: Mosca ha fatto capire chiaramente che si può trattare, ma non intende cedere su punti che reputa essenziali ai suoi interessi. Se necessario, è pronta al confronto globale e a usare, del caso, il suo arsenale nucleare.Indicativo in tal senso, l’affermazione di Tillerson in conferenza stampa: “I nostri rapporti sono a un livello basso di fiducia e due potenze nucleari non possono permetterselo”.A livello operativo ciò vuol dire che la nuova amministrazione americana e la Russia provvederanno a istituire una linea di comunicazione diretta, come è stato affermato ieri nella conferenza stampa seguita agli incontri, e a creare un qualche meccanismo che consenta di evitare pericolose escalation. L’altro motivo per il quale Tillerson era stato inviato in Russia era chiedere la testa di Assad. Un incarico alquanto ingrato, stante che la risposta russa era alquanto scontata. E però è probabile che la nuova amministrazione americana avesse posto la proposta in una cornice diversa dalle precedenti, accedendo a prospettive nuove per la Russia (ovvero un possibile attutimento delle tensioni in Ucraina, peraltro in linea con lo sbandierato isolazionismo trumpiano; sul punto vedi la nota a margine di questo articolo).Proposta evidentemente respinta al mittente. Le posizioni, infatti, sono rimaste distanti. Mosca non ha alcuna intenzione di cedere su Assad.Da questo punto di vista appaiono di certa importanza le parole usate da Tillerson, il quale ha affermato che la sostituzione dell’attuale presidente siriano deve avvenire “ordinatamente”. Ovvero al termine di un processo negoziato tra le parti.Un piccolo cedimento alle posizioni russe, anche se più che aleatorio, sospeso com’è alle mille variabili che hanno fatto fallire tutti i negoziati finora intrapresi.L’unico punto comune, ribadito in pubblico, è che la Siria deve mantenere l’integrità territoriale. Convergenza importante, perché contrasta con i disegni dei neoconservatori Usa, i quali vorrebbero una tripartizione del Paese (area sciita, sunnitan e Stato curdo). Una posizione naturale per Mosca, consapevole che una frantumazione della Siria sarebbe foriera di instabilità permanente in un’area nella quale vuole conservare una qualche influenza, ovvero la cintura sciita che va dall’Iran al Libano.E necessaria agli Stati Uniti se vogliono conservare un rapporto privilegiato con Ankara, alleato indispensabile per Washington, che vede la nascita di uno Stato curdo ai suoi confini come una minaccia alla propria integrità.Da diversi indizi, inoltre, sembra trapelare che i dirigenti russi abbiano anche chiarito al loro interlocutore cosa vuol dire che Mosca considera Assad un alleato.Dichiarazione ribadita più volte e sembra non ancora recepita in ambito occidentale, il quale da oggi dovrà tener presente che eventuali azioni contro le forze siriane innescheranno una risposta russa.”Le tante ore passate insieme non sono state vane. Ora ci capiamo meglio”, ha detto Lavrov. A Mosca “le cose sono andate abbastanza bene, forse meglio di quanto previsto”, ha dichiarato per parte sua Donald Trump.Insomma, qualcosa sembra essersi chiarito in questo faticoso 12 aprile. Certo, ci sono ambiti che non si rassegnano a prendere atto che l’inaccettabile Assad (vedi piccolenote) resti al suo posto.E che l’unica opzione per pacificare la Siria non è un intervento americano, ma una trattativa tra Russia e Stati Uniti allargata ai tanti protagonisti del conflitto (mondiale) siriano.Però, da oggi, a quanti spingono per un intervento, i nuovi inquilini della Casa Bianca saranno costretti a contrapporre le stesse argomentazioni usate dall’ex segretario di Stato John Kerry per tenere a freno i petulanti questuanti di allora: “Cosa volete che faccia? guerra ai russi?.Nota a margine. In un intervento alla Trilateral pubblicato sulla Stampa del 7 aprile, l’ex segretario di Stato Henry Kissinger spiegava che era nell’interesse di tutti trovare un compromesso con Putin, in particolare sull’Ucraina, la quale avrebbe dovuto restare fuori dalla Nato, come da richieste di Mosca. Ma aggiungeva significativamente: “la Russia non ha diritto a stare in Medio Oriente. Kissinger pare avesse ricevuto dalla nuova amministrazione l’incarico di mediare con la Russia (sul punto vedi piccolenote).

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