Amici sì, ma fino a un certo punto. Russia e Cina si sono recentemente riavvicinate dopo anni di reciproca apatia per lanciare un chiaro messaggio agli Stati Uniti. Il problema è che tanto Mosca quanto (soprattutto) Pechino condividono lo stesso obiettivo: guidare un nuovo equilibrio mondiale alternativo a quello americano. Al netto degli ultimi accordi commerciali, delle esercitazioni militari congiunte, della comune veduta su tematiche geopolitiche – come la corsa verso l’Artico e la Corea del Nord – tra il Cremlino e il Partito Comunista cinese permangono tensioni latenti pronte a esplodere da un momento all’altro. Xi Jinping avrà pure trovato in Vladimir Putin una valida spalla per controbilanciare le sparate di Donald Trump, ma la storia ha insegnato che non basta un nemico comune per tenere in piedi un’alleanza. Certo, ci sono dei benefici condivisi: ad esempio il gas russo per la Cina in cambio della graduale inclusione di Mosca nel circuito della Nuova Via della Seta. Ma è ancora troppo poco, e il motivo è semplice: il Dragone cinese e l’Orso russo hanno obiettivi troppo simili per accontentarsi di essere l’uno complementare all’altro. La Cina vuole tutto, la Russia anche.

L’accusa della Russia

A conferma di quanto spiegato c’è l’ultima reazione stizzita della Russia che, secondo quanto riportato dal Nikkei Asian Review, si è stancata di assistere inerme ai furti cinesi della propria tecnologia militare. E così il conglomerato di difesa dello Stato russo Rostec – una holding che raggruppa oltre 400 società attive nel complesso bellico industriale – ha accusato la Cina di aver copiato illegalmente una vasta gamma di armamenti russi e altro software militare. “La copia non autorizzata delle nostre apparecchiature all’estero è un grosso problema. Negli ultimi 17 anni ci sono stati 500 casi simili”, ha sottolineato Yevgeny Livandny, capo dei progetti di proprietà intellettuale di Rostec. Con lo stesso effetto di un fulmine a ciel sereno, il dito di Mosca ha subito indicato Pechino: “La Cina, da sola, ha copiato i motori degli aerei, i veicoli Sukhoi , i jet di coperta, i sistemi di difesa aerea, missili di difesa aerea e sistemi terra-aria di medio raggio Pantsir”.

Esportazioni e armi

L’accusa di Rostec alla Cina arriva non solo in un periodo di distensione tra le parti, ma anche in un momento in cui il commercio di armi tra i due Paesi è fiorente. Stando ai dati dell’International Peace Research Institute di Stoccolma, il Cremlino è stato il principale fornitore di armi di Pechino tra il 2014 e il 2018, rappresentando il 70% delle importazioni di armi cinesi nel lasso di tempo citato. Mosca ha venduto di tutto al suo amico/nemico cinese, tra cui sei sistemi antiaerei S-400 e 24 caccia Su-35 per la modica cifra di 5 miliardi di dollari. Nonostante le proteste russe gli esperti ritengono improbabile che Putin riduca le esportazioni di strumenti bellici in terra cinese, sia per l’ingente ritorno in termini economici sia per l’interesse geopolitico di Mosca nel rinforzare un rivale degli odiati Stati Uniti. Il paradosso, nonché il rischio principale per Putin, è che il nemico del tuo nemico possa diventare da un momento all’altro anche un tuo nemico.

Un prezzo da pagare

Il fatto che la Cina copi gli armamenti russi non è certo una novità degli ultimi mesi. Negli anni ’90 Pechino acquistò da Mosca i jet da combattimento Su-27 e i sistemi missilistici S-300. Entrambi furono utilizzati come modello per sviluppare strumenti identici ma “made in China”: il jet da combattimento J-11 e i missili terra-aria Hq-9. Il cosiddetto reverse engineering cinese è uno spauracchio non da poco per Mosca, che tuttavia è costretta ad accettare il furto di tecnologia del Dragone. Questo è il prezzo da pagare per fare affari con la Cina.

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