Il presidente kirghiso Sooronbai Jeenbekov ha deciso di dimettersi per evitare spargimenti di sangue e nuovi scontri tra i dimostranti e le forze dell’ordine. Jeenbekov ha dichiarato che (le parole sono riportate dalla Cnn) ” la pace in Kirghizistan, l’integrità del Paese, l’unità della popolazione e la tranquillità sociale sono molto importanti” ed ha chiarito che non intende restare inutilmente al potere e passare alla Storia come il presidente che ha versato il sangue dei suoi concittadini. Jeenbekov si è poi rivolto a Sadyr Japarov, uno dei leader dell’opposizione nominato primo ministro nella giornata di mercoledì, chiedendogli di far allontanare i suoi sostenitori dalla capitale Bishkek e di far tornare la pace in città. I tumulti avevano avuto inizio il 4 ottobre, in coincidenza con la diffusione dei risultati delle elezioni parlamentari che avevano visto trionfare i movimenti politici legati a Jeenbekov e schierati su posizioni filo-russe. Una parte della popolazione non ha accettato questo esito, definito falsato ed ha iniziato a manifestare costringendo la Corte Costituzionale ad annullare i risultati delle elezioni legislative. I poteri presidenziali passano ora allo speaker del Parlamento Kanatbek Isayev, anch’egli inviso ai dimostranti che ne hanno chiesto le dimissioni.

Uno scenario complesso

Sadyr Japarov è stato nominato primo ministro il 10 ottobre tramite un controverso voto parlamentare a cui hanno preso parte appena 51 deputati su 120. Il giorno prima Jeenbekov aveva dichiarato lo stato di emergenza ed inviato i soldati nelle strade della capitale per mettere fine a proteste e violenze. Japarov è un politico populista con una certa esperienza negli affari di governo della nazione dell’Asia centrale. In passato è stato consigliere dell’ex presidente Kurmanbek Bakiev mentre nel 2017 è stato condannato ad undici anni e mezzo di carcere per rapimento ed altri crimini. La folla lo ha liberato dal carcere il 6 ottobre ed un tribunale ha in seguito annullato la sentenza di colpevolezza. L’obiettivo finale di Japarov è probabilmente quello di assumere la carica di Presidente ma gli ostacoli potrebbero non mancare. Per Erica Marat (sentita da Radio free europe), professoressa associata presso la National Defense University di Washington, “continueranno ad esserci proteste e mobilitazioni in favore dello svolgimento di nuove elezioni libere” ed “esiste un certo numero di esponenti politici riformisti che continueranno a scagliarsi contro lo status quo”.

Una nazione contesa

Il Kirghizistan, pur non disponendo di risorse economiche significative, ha una rilevante importanza geopolitica. Il Paese aderisce sia all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva che all’Unione Economica Euroasiatica, due organizzazioni regionali post-sovietiche simili, rispettivamente, all’Alleanza Atlantica ed all’Unione Europea e dominate dalla Federazione Russa. Mosca si è spesa con particolare vigore per rendere più solida la propria presa sulla nazione e ne ha cancellato miliardi di dollari di debiti ed ha espanso la collaborazione in ambito militare. L’integrazione nella sfera d’influenza russa è però messa in discussione dalla Cina, con cui il Kirghizistan condivide la frontiera orientale. La cooperazione con Pechino si è rafforzata ed estesa negli ultimi anni e comprende settori come agricoltura, medicina, commercio elettronico e intelligenza artificiale. Sullo sfondo c’è il tentativo cinese di espandere la Via della Seta in Asia Centrale, un obiettivo facilmente raggiungibile in caso di cooperazione di Bishkek.

Il piano di Mosca

Il Cremlino deve bloccare sul nascere la possibile destabilizzazione del Kirghizistan ed ha alcuni strumenti per farlo. In primis può contare su decenni di (più o meno) cordiali rapporti politici, sviluppatisi durante la comune esperienza sovietica, tra Bishkek e Mosca. I legami tra le parti hanno portato alla nascita di una diffusa diaspora di cittadini kirghisi residenti nella Federazione Russa. Questi ultimi sono spesso dediti a lavori umili ma vitali per la sopravvivenza dell’economia del Paese natio. Le rimesse inviate dall’estero costituiscono una cospicua fonte di entrate per Bishkek e consentono a molti di sopravvivere. La Russia ha dalla sua un potente strumento di pressione in grado di annientare le velleità autonomistiche o filo-cinesi del Paese. In caso di sviluppi avversi, infatti, la Federazione Russa può porre severi limiti all’immigrazione proveniente dal Kirghizistan oppure arrivare ad espellere i cittadini che già vi risiedono. Uno scenario drammatico che porterebbe, in breve, al collasso economico del Paese dell’Asia Centrale. I mutamenti politici in Kirghizistan, come quelli avvenuti in altri Stati legati alla Federazione Russa, hanno un denominatore comune: possono svilupparsi, liberamente, entro certi limiti disegnati dal Cremlino ma non possono eccedere e portare ad una totale trasformazione dell’ordinamento dello Stato o delle alleanze politiche in ambito internazionale. Mosca, in uno scenario estremo, può persino minacciare l’intervento militare diretto e fare leva sugli appoggi di cui gode all’interno della classe politica kirghisa che, in ultima analisi, non ha alcuna intenzione di mettersi contro il Cremlino sapendo di essere destinata alla sconfitta.

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