Primo faccia a faccia fra Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin del 2019. Questa volta, i due leader si incontrano a Mosca. E per loro si tratta del nono incontro dal 2018 ad oggi. Segno inequivocabile dell’importanza dell’asse fra Russia e Turchia consolidato nell’ultimo periodo dalle due presidenze. Asse economico, senza dubbio, ma prima ancora strategico. Nessuno può fare a meno dell’altro. Ed è forse questa la migliore garanzia del fatto che fra Ankara e Mosca la sinergia non possa che aumentare.

Nell’agenda dei colloqui moscoviti, priorità sarà data alla Siria. La guerra che ormai quasi otto anni sconvolge il Paese mediorientale coinvolge direttamente l’esercito turco e quello di Putin. E i piani di Erdogan per il nord del Paese contrastano con la strategia russa per Idlib e per i curdi. Fino a questo momento, fra le due potenze del Mar Nero c’è stata una sorta di pace armata che ha visto in Idlib l’esempio perfetto di come potesse funzionare: un totale congelamento delle armi in vista di uno scontro finale che tutti sembrano aspettare come ineluttabile. Ma finora, il tempo, che in questi casi può essere tiranno, è stato magnanimo.

La tregua resiste nell’ultima roccaforte jihadista della Siria. E si è scongiurato un esodo biblico che avrebbe portato Erdogan a riaprire il flusso dei migranti verso la Grecia e Putin a subire una sconfitta d’immagine che non può permettersi. “Vediamo che i partner turchi stanno facendo molto per eliminare la minaccia terroristica proveniente da Idlib”, ha detto Putin, ma “allo stesso tempo, dobbiamo lavorare insieme per eliminare finalmente le tensioni nell’area”. E ha ribadito: “Il mantenimento del cessate il fuoco non deve andare a scapito della lotta al terrorismo, che deve andare avanti”.

Ma Idlib è solo uno dei tanti tasselli da mettere insieme in questa difficilissima e intricata guerra di Siria. Ed è proprio per questa complessità, che Erdogan e Putin sanno che l’unica soluzione è che siano loro i demiurghi del futuro assetto della Siria. Il Sultano non vuole che i Paesi arabi nemici della Fratellanza musulmana abbiano il sopravvento sui suoi piani neo-ottomani. Lo Zar, invece, vuole che nessuno (turchi compresi) possa mettere a repentaglio la stabilizzazione della Siria e la sua strategia per il Medio Oriente. E se può strappare un alleato agli Stati Uniti e alla Nato, allora concorda sulla possibilità di fare asse anche con un personaggio scomodo come il leader turco.

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Difficile chiamarla alleanza, più facile chiamarla convergenza d’interessi. E in politica, in molti casi, questa condizione è addirittura migliore di un’amicizia che perde di significato. Specie in un momento in cui Ankara osserva con attenzione l’evolversi del ritiro americano dalla Siria dopo l’annuncio di Donald Trump di ritirare il contingente Usa.

La Turchia ha prima ricevuto il via libera di Trump per monitorare e sconfiggere l’Isis nell’area, poi però gli Stati Uniti hanno fatto marcia indietro chiedendo garanzie sui curdi dello Ypg. Parole che hanno fatto infuriare Erdogan a tal punto da minacciare l’ingresso delle forze armate nel nord-est siriano e l’avvio di un controllo congiunto con Russia e Iran sullo smantellamento delle forze del Pentagono. Il tutto mentre le forze siriane sono giunte a Manbij chiamati dai curdi.

Sotto questo profilo, le parole dii Erdogan e Putin sono state chiare. Il capo del Cremlino, in conferenza con l’omologo russo, ha detto che il ritiro Usa, “se sarà realizzato veramente”, è un passo “positivo” che aiuterà a stabilizzare la situazione nel nord-est della Siria. E da Mosca, Putin ha confermato di auspicare che si instauri “un dialogo tra Damasco e i rappresentanti curdi”. “Un tale dialogo contribuirà senza dubbio al consolidamento della società siriana e alla riconciliazione nazionale, ne beneficerà non solo la Siria, ma tutti gli Stati confinanti”, ha concluso il presidente russo.

Erdogan, dal canto suo, è stato più duro. Ma fa parte del ruolo. Il presidente turco ha dichiarato senza mezzi termini che la Turchia “ripulirà il nord della Siria da Isis e curdi del Pyd-Ypg”. Per il leader turco “è importante che la partenza degli americani non lasci un vuoto e faremo tutto il possibile”.

Ma l’asse fra Russia e Turchia non riguarda solo la Siria. È una partnership che può essere considerata a 360° e che mostra come i due antichi imperi, divisi dal Mar Nero, abbiano unito le loro forze in vista di un periodo di grandi cambiamenti politici. Prova di questa unità d’intenti è la delegazione che è giunta nella capitale russa. Insieme a Erdogan sono presenti a Mosca il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, il ministro della Difesa, Hulusi Akar, il capo dei servizi segreti, Hakan Fidan, il portavoce del presidente, Ibrahim Kalin, Fahrettin Altun, capo della comunicazione, il ministro dell’Energia, Fatih Donmez, e quello delle politiche agricole, Bekir Pakdemirli.

Da questa delegazione, si possono capire i quattro cardini sui si fonda l’asse turco-russo: Siria, Difesa, gas (in particolare il Turkish Stream) e interscambio commerciale, specialmente di cereali. “Andiamo avanti con il Turkish Stream – ha dichiarato trionfalmente Erdogan – e siamo all’inizio di un anno in cui realizzeremo grandi cose insieme, dopo i 6 milioni di russi che hanno visitato la Turchia lo scorso anno. Diventeremo ancora più forti“.

Un asse che si consolida e che potrebbe diventare fondamentale nella prossima strategia di Mosca e di Ankara in Medio Oriente. Soprattutto perché al prossimo summit internazionale sulla Siria, saranno loro a partecipare insieme a Francia e Germania. Senza dimenticare i Balcani, dove sia Russia che Turchia hanno intenzione di radicare le proprie posizioni strategiche.

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