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Politica /

Al confine occidentale della Federazione Russa continuano a sorgere muri. L’ultima in ordine di tempo è la Finlandia di Sanna Marin, che ha deciso di erigere una barriera lungo la frontiera orientale. La prima costruzione di prova prevede una recinzione di tre chilometri nella località di Pelkola, sulle rive del fiume Vuoksi. Dopodiché, l’obiettivo di Helsinki è quello di erigere una barriera che avrà una lunghezza di circa 260 chilometri con diversi sistemi di videosorveglianza in grado di captare qualsiasi movimento sospetto. L’obiettivo è quello di frenare l’eventuale flusso di immigrati clandestini che, secondo la Finlandia, potrebbero essere utilizzati come arma di guerra ibrida da parte della Russia. Uno scenario non diverso da quello osservato al confine tra Polonia e Bielorussia.

La decisione presa dal governo finlandese è in linea con quanto avviene in realtà da anni al confine tra i Paesi della Nato e la Federazione Russia. Per questo motivo, la mossa di Helsinki sul blindare la frontiera con la Russia appare perfettamente coerente con la volontà del Paese scandinavo di entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica superando la sua tradizionale neutralità del Secondo Novecento e dei primi due decenni del Duemila ma soprattutto con l’auspicio da superare il veto turco.

La scelta, pertanto, rientra nella logica atlantica e di tutela di un confine particolarmente caldo come quello con la Federazione Russa specialmente nel mezzo della guerra in Ucraina. Tuttavia, quello che va sottolineato è anche un altro fatto, e cioè che i Paesi del fianco orientale dell’Alleanza (ma anche nel Nord Europa) stanno da tempo erigendo questo tipo di barriere con il duplice scopo di tutelarsi dall’immigrazione clandestina ma soprattutto anche come segnale di distacco fisico, oltre che politico, dal vicino russo. Come del resto dimostrò, pur in misura molto ridotta, la Norvegia nel 2016, blindando il valico di frontiera con la Federazione Russa.

Mappa di Alberto Bellotto

Le barriere della Polonia

La Polonia, che ha subito il flusso di migranti illegali in transito attraverso la Bielorussia nel 2021, ha già avviato in queste settimane il progetto per costruire una barriera non più solo lungo la frontiera con il Paese di Aleksander Lukashenko, ma anche al confine con Kaliningrad, oblast russo sul Baltico ritenuto l’avamposto di Mosca all’interno dell’Alleanza Atlantica. Una decisione che i funzionari di Varsavia definiscono soprattutto un messaggio rivolto alla Russia per ricordare l’importanza data dal governo polacco alla sicurezza dei confini e all’attenzione riguardo la possibilità di utilizzare l’immigrazione clandestina come strumento di destabilizzazione.

I muri dell’asse baltico

Insieme alla Polonia, anche il resto dei Paesi baltici ha avviato negli ultimi anni un processo di fortificazione dei propri confini. L’Estonia già negli anni passati mise in atto questa politica di controllo delle frontiere attraverso la costruzione di una recinzione di filo spinato e telecamere fatta apposta per evitare il passaggio delle persone che tentavano di entrare clandestinamente nel Paese.

Il progetto, nato nel 2015, fu visto già allora dalla Russia come un gesto di sfida, provocando l’ira della politica russa. Gli estoni ribadirono che si trattava di un muro “hi-tech” nato dall’esigenza di controllare che nessuno entrasse illegalmente nel Paese come Stato di frontiera dell’area Schengen, ma a molti – specie a Mosca – apparve come un presto per rafforzare invece la posizione antirussa.

Soldati polacchi fortificano il confine con l’exclave russa di Kaliningrad, vicino al villaggio di Szyliny (Foto: EPA/ARTUR RESZKO)

Anche la Lettonia è nel novero dei Paesi che hanno deciso di erigere barriere al confine esterno dell’Unione europea, in questo caso non solo con la Russia ma anche con la Bielorussia. Il processo è stato avviato molto tempo prima dell’inizio del conflitto in Ucraina e ben prima della crisi dei migranti tra la Bielorussia i Paesi limitrofi, e dimostra come il timore dell’utilizzo dei flussi clandestini come arma era già ampiamente considerato prioritario dai governi baltici, anche da quello di Riga. I lavori sono poi continuati anche questa estate, con il governo lettone che ha annunciato barriere per centinaia di chilometri.

Dello stesso avviso è stata la Lituania, che proprio ad agosto del 2022 ha annunciato il completamento di una recinzione lungo tutto il confine con la Bielorussia per evitare di ritrovarsi nuovamente di fronte a una crisi come quella dello scorso anno. Come riportato dai media locali, nel 2021 sono stati circa 4.200 i migranti irregolari entrati in Lituania dalla Bielorussia, e da agosto dello scorso anni sono stati respinte circa 13mila persone.

Per i governi baltici, numeri che non indicano un’emergenza migratoria spontanea ma il frutto di un piano russo che rientra a pieno titolo nel concetto di guerra ibrida. E su cui concordano anche prestigiosi think tank d’Oltreoceano, attenti a sostenere e non condannare la realizzazione di queste barriere al confine con la Russia e il suo protettorato di Minsk. Certo, nessuno ritiene che queste barriere siano utili in caso di un ipotetico conflitto aperto con Mosca. Ma intanto è stato dato il segnale politico e viene escluso che si produca quella che è considerata a tutti gli effetti un’arma: l’utilizzo dei flussi migratori clandestini.

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