Il North America Free Trade Agreement (NAFTA) è da tempo al centro di un’intensa battaglia politica che rappresenta un nodo cruciale nella definizione dei futuri assetti della strategia economica, commerciale e geopolitica della Presidenza di Donald J. Trump e degli equilibri nordamericani: recentemente, l’inquilino della Casa Bianca ha rilanciato la sua ostilità nei confronti del trattato di libero scambio siglato nel 1992 e divenuto effettivo nel 1994, che vincola Canada, Stati Uniti e Messico in un’ampia area commerciale, tra le più grandi del pianeta.

Trump addita il NAFTA come la causa principale della perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro negli Stati Uniti, della progressiva deindustrializzazione di ampie regioni della Rust Belt e dell’ampio disavanzo commerciale che il suo Paese presenta nei confronti del vicino meridionale, pari a 55 miliardi di dollari nel 2016. Le affermazioni di Trump, reiterate più volte a partire dalla sua discesa in campo per la nomination repubblicana alla Casa Bianca, sono state sicuramente utili all’attuale Presidente per conquistare il favore dell’elettorato degli Stati maggiormente squassati dalla crisi economica, dalla disoccupazione e dall’impoverimento dell’America profonda ma non sono mai state seguite da reali iniziative concrete volte a organizzare un reale strappo unilaterale dal NAFTA. La motivazione principale è da ricercarsi nelle pressioni esercitate in seno all’amministrazione Trump dai fautori del NAFTA come strumento geopolitico, che consente di mantenere saldamente ancorato al carro americano un Paese che dagli USA dipende per l’80% del suo commercio estero e per oltre il 40% del suo PIL, e soprattutto dai portavoce della potentissima lobby del Big Oil, l’American Petroleum Institute (API).

Le grandi compagnie energetiche statunitensi, infatti, hanno messo gli occhi sulle grandi ricchezze potenzialmente accessibili dall’apertura del settore del petrolio e del gas naturale messicani all’intervento economico privato dopo la riforma costituzionale del dicembre 2013 con cui il governo di Enrique  Pena Nieto ha emendato l’Articolo 27, che prevedeva il controllo statale sulle risorse naturali del Paese. Il monopolio della compagnia di Stato Pemex, istituita nel 1938 dal Presidente Lazaro Cardenas, è stato spezzato nel momento in cui il tracollo della produzione nel giacimento di Cantarell, scoperto nel 1981 e fornitore di circa due terzi dell’estrazione petrolifera nazionale, e l’aumento delle importazioni di gas naturale dagli Stati Uniti hanno iniziato a mettere in seria crisi il quadro energetico nazionale. 

Al 2016, secondo la World Oil&Gas Review, il Messico possiede riserve accertate e tecnicamente accessibili pari a 35 miliardi di barili di petrolio e 257 miliardi di metri cubi di gas naturale: dopo il secondo round di aste per le concessioni petrolifere, il Paese vede attive sul suo territorio tutte le maggiori majors, attive in primo luogo nello sfruttamento delle risorse offshore in un’intensa dinamica che vede coinvolta anche l’ENI. Margherita Paolini ha sottolineato su Limes come l’API abbia visto notevolmente favorite nelle concessioni le industrie da essa spalleggiate (ExxonMobil, Chevron, BPI, Statoil, Total) e risulti di conseguenza attiva, col sostegno del Segretario di Stato Rex Tillerson e del Segretario all’Energia Rick Perry, per riorientare le vedute di Trump. La Paolini sottolinea come l’orientamento generale sia piuttosto incline a negoziare una ristrutturazione del NAFTA volta a tutelare gli investimenti americani nel settore energetico messicano, che potrebbe creare un’espansione dell’attività delle majors e rafforzare i vincoli tra Stati Uniti e Messico in una fase che vede il secondo attratto fortemente dalle sirene cinesi e dal dinamismo geoeconomico di Pechino. In questo contesto, la chiave di volta sarà rappresentata dal voto messicano del 2018: se a prevalere sarà la piattaforma nazionalista in campo economico del candidato della sinistra Alberto Moreno Lopez Obrador, la grande sfida alla tenuta del NAFTA, prima ancora che dalle esternazioni di Trump, verrà dal centro istituzionale di Città del Messico, a testimonianza di un fatto ben preciso: è stato il Messico stesso a pagare le conseguenze più dure dall’accordo di libero scambio sotto forma di un netto aumento delle disuguaglianze economiche interne e di una più stretta dipendenza dalla superpotenza nordamericana.

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