Il volo con a bordo la presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, è arrivato a Taiwan dopo essere decollato stamane da Kuala Lumpur, capitale della Malesia.

Il Boeing C-40C dell’U.S. Air Force è decollato alle 9:40 circa e dopo aver sorvolato il Borneo evitando accuratamente il passaggio sopra il Mar Cinese Meridionale ha fatto rotta verso nord sull’isola indonesiana di Sulawesi, senza effettuare scalo alle Filippine.

Sappiamo che il velivolo si fermerà all’aeroporto Songshan, a Taipei, perché sono state intercettate comunicazioni tra la cabina di pilotaggio e l’Atc (Air Traffic Control) in cui l’equipaggio comunicava il piano di volo indicando il codice internazionale Icao (International Civil Aviation Organization) dell’aeroporto taiwanese, ovvero Rcss. Si ritiene che l’orario previsto per l’atterraggio siano le 16:20 ora di Roma e non è ancora possibile prevedere quanto tempo la presidente si fermerà sull’isola e soprattutto chi incontrerà e dove.

Come abbiamo già avuto modo di dire, sono dettagli molto importanti a livello diplomatico perché il luogo in cui avverrà l’incontro coi rappresentanti di Taipei stabilirà il grado di ufficialità della visita di Stato, che non può più essere considerata di tipo personale anche solo per il fatto di aver utilizzato un velivolo di trasporto Vip dell’U.S. Air Force.

Alcune fonti riportate da Reuters affermano che la presidente, che ha iniziato un tour in Asia lunedì arrivando a Singapore, dovrebbe trascorrere la notte a Taiwan, ma il ministero degli Esteri di Taipei ha dichiarato di non avere commenti sui piani di viaggio della Pelosi. Sempre Reuters riferisce che gli Stati Uniti avevano informato alcuni alleati della visita della presidente a Taiwan e che, secondo alcune indiscrezioni, dovrebbe incontrare un piccolo gruppo di attivisti dei diritti umani durante il suo soggiorno, forse nella mattinata di mercoledì.

La risposta della Cina a quella che è percepita come una provocazione statunitense potrebbe includere il lancio di missili vicino a Taiwan, attività aeree o navali su larga scala o ulteriori prese di posizioni giuridiche come l’affermazione che lo Stretto di Taiwan non è una via navigabile internazionale. John Kirby, coordinatore del Consiglio di sicurezza nazionale per le comunicazioni strategiche, ha cercato di smorzare i toni affermando che “non abboccheremo né ci impegneremo a brandire le armi. Allo stesso tempo, non ci faremo intimidire”.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian aveva infatti dichiarato lunedì che la visita della Pelosi sarebbe “una grave interferenza negli affari interni della Cina” che porterebbe a “sviluppi e conseguenze molto gravi”, arrivando a minacciare l’utilizzo della forza militare quando ha affermato che “l’Esercito popolare di liberazione cinese non resterà mai a guardare e la Cina adotterà risposte risolute e forti contromisure per difendere la sua sovranità e integrità territoriale”.

Se guardiamo a quello che sta succedendo nei mari e nei cieli contigui a Taiwan sembra infatti che i due contendenti si stiano preparando per ogni evenienza, anche per il confronto armato diretto. Gli Stati Uniti hanno infatti mobilitato il gruppo d’attacco (Carrier Strike Group – Csg) della portaerei Uss Ronald Reagan, che qualche giorno fa ha lasciato in tutta fretta Singapore per far rotta a nord lungo il Mar Cinese Meridionale, e ora risulta che l’unità con la sua scorta abbia preso posizione circa 600 chilometri a est di Formosa, e a 300 a sud dell’isola nipponica di Okinawa, dove è situata la base aerea di Kadena. Anche il dispositivo di sorveglianza aerea statunitense si è mobilitato, attivando gli assetti Awacs presenti proprio a Kadena per effettuare pattugliamenti nell’area grazie ai loro sistemi radar aerostrasportati che riescono a osservare qualsiasi movimento nel cielo o sulla superficie terrestre. La U.S. Navy dispone anche di altre unità nell’area: la nave d’assalto anfibio Uss Tripoli si trova vicino a Okinawa, e la nave d’assalto anfibio Uss America risulta essere a Sasebo, in Giappone. Queste ultime due unità ospitano ciascuna un Meu (Marine Expedtionary Unit) dell’Usmc che solitamente è forte di 2200 uomini e hanno a bordo un certo numero di F-35B. In più, nel Pacifico, la U.S. Navy può contare sulla portaerei Uss Abraham Lincoln, la Lhd Uss Essex e altre 36 navi da guerra, nonché tre sottomarini, che sono alle Hawaii per partecipare all’Esercitazione Rim of the Pacific (Rimpac), che si concluderà giovedì.

La Cina, invece, ha dato corso a esercitazioni a sorpresa nella provincia di Fujian, che si affaccia sullo Stretto di Taiwan, che stanno assumendo le dimensioni di una grossa mobilitazione di forze: veicoli corazzati sono stati visti sulle spiagge e nella città di Xiamen, mentre treni con a bordo veicoli militari sono stati ripresi in movimento verso la costa. Cacciabombardieri si sono levati in volo più volte durante gli ultimi due giorni, alcuni penetrando nella Adiz (Air Defense Identification Zone) di Taiwan nella mattina di oggi, e diversi sono stati uditi tra le province di Fujian e Zhejiang. La portaerei cinese Liaoning ha lasciato il porto di Qingdao il 31 luglio scorso, e ora risulta essere diretta verso sud, mentre la Shandong ha mollato gli ormeggi di Sanya il primo agosto accompagnata da navi da assalto anfibio e sta facendo rotta verso nord. Anche altre unità navali hanno preso il mare, sia per tallonare il Csg della Uss Ronald Reagan sia per pattugliare i mari intorno a Taiwan.

Si sta quindi configurando uno schieramento aeronavale che potrebbe far pensare a una prossima dimostrazione di forza nello Stretto, a poche ore dall’esercitazione a fuoco che è avvenuta nei giorni scorsi e che ha coinvolto diversi reparti di artiglieria. Una possibilità supportata anche dalla cancellazione di parecchi voli civili in partenza dagli aeroporti situati sulla costa della provincia di Fujian.

Le prossime ore saranno fondamentali per i futuri rapporti tra Stati Uniti e Cina e la visita “a sorpresa” della presidente Pelosi a Taiwan potrebbe seriamente peggiorarli in un periodo storico in cui essi sono già ai minimi termini. Quanto sta accadendo viene percepito da Pechino come un cambiamento dello status quo su Taiwan sulla via del suo riconoscimento ufficiale, anche per quanto accaduto nei mesi precedenti.

In questo momento entrambe le parti non vogliono scontrarsi direttamente, ma il rischio che si possa giungere all’uso della forza militare è a un livello tale che non si vedeva dalla crisi dello Stretto del 1995/96, quando l’amministrazione Clinton inviò il Csg della Uss Nimitz attraverso il passaggio a dicembre del 1995, e nel marzo successivo ordinò a due gruppi di portaerei di stazionare nelle acque intorno all’isola, effettuando anche un secondo attraversamento dello Stretto, però ancora una volta con una sola portaerei.

Da allora la Cina ha trasformato le sue forze armate e si approssima a diventare una potenza di primo rango, soprattutto in ambito navale, che potrebbe essere in grado di contestare la superiorità aeronavale statunitense nei mari ad essa contigui. Proprio questa consapevolezza potrebbe essere fatale: a Pechino, da tempo, c’è chi pensa di poter combattere e vincere contro gli Stati Uniti in uno scontro armato.

Anche a Washington ci sono falchi nell’amministrazione Usa e al Congresso che ritengono necessario “risolvere i conti” con la Cina in questo momento, ovvero prima che diventi davvero una potenza globale in grado di confrontarsi alla pari con Washington. Il viaggio della Pelosi potrebbe avere una lettura in questo senso stante le caratteristiche del sistema statunitense che lascia alle alte cariche del Congresso ampia autonomia decisionale in certi ambiti indipendentemente dalla Casa Bianca.

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