La costituzione di un “partito europeo di Donald Trump“, fino a questo momento, è stata solo una suggestione. È sempre esistita una dialettica tra il fronte sovranista del Vecchio continente e il presidente degli Stati Uniti d’America, ma i rapporti non sono mai stati strutturati per mezzo di un vero e proprio contenitore. Il fatto che Vitkor Orban, una volta ricevuta la sospensione da parte del Partito popolare europeo, voli proprio negli States, da un punto di vista strategico, qualcosa dovrà pur significare.

L’internazionale sovranista, che potrebbe avere in The Donald il suo riferimento naturale, è sempre rimasta sul piano ipotetico: troppe contraddizioni interne e troppi interessi diversificati. È il paradosso proprio di chi vorrebbe internazionalizzare istanze che per definizione sono singolari. Ma la convocazione presso la Casa Bianca del premier ungherese suggerisce come almeno un principio di disegno politico abbia fatto la sua comparsa sul tavolo. Pure perché il tycoon, in poche settimane, ha già incontrato Peter Pellegrini, primo ministro slovacco, e Andrej Babis, che è l’equivalente per la Repubblica Ceca. A riportarlo, tra gli altri, è stata l’Agi. La sensazione è dalla Casa Bianca guardino a Visegrad e dintorni in maniera più che interessata. “Amicus certus in re incerta cernitur“. I latini usavano questo brocardo per rimarcare come l’amicizia sincera sia verificabile in prossimità delle situazioni irresolute. Se Viktor Orban ha un amico sincero al di là dell’oceano, questo è il momento buono per dimostrarlo. 

La visita del leader di Fidezs può essere il primo atto di una pièce teatrale in grado di modificare l’assetto dell’Unione europea. Tutto, a ben vedere, passa per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo e Bruxelles. Gli scenari post elettorali sono almeno due: un’alleanza trasversale, che contenga popolari, liberali e socialisti; un unico ponte, costruito per il dialogo tra la parte sovranista e la parte popolare della scacchiera. Con i conservatori, quelli dell’Ecr, a fare da equilibratori. Questa seconda eventualità, in termini geopolitici, è sicuramente più favorevole a The Donald, ma bisognerà prima constatare la compatibilità del responso delle urne. A consentirlo devono essere i numeri. L’altra eventualità, la prima, non è gradita da Orban, che spinge per l’alleanza popolar-populista. Per edificare un ponte di questa portata, però, non bastano due soli progettisti. Silvio Berlusconi, alla fine dello scorso aprile, ha scritto una lettera in cui ha elencato “popolari, liberali, conservatori e sovranisti illuminati”.

Deve esistere un’unità d’intenti: c’è la necessità che tutti lavorino per un unico scopo, dove per “tutti” bisogna intendere buona parte, se non l’intero, fronte sovranista europeo. Per non parlare della controparte, quella rappresentata dal Partito popolare europeo, che deve essere d’accordo a sua volta, e della disponibilità che deve provenire dal raggruppamento conservatore. Viktor Orban, tra gli attori in campo, sembra quello preferito dal Commander in Chief statunitense per fare da architetto.

Poi ci sono tutti gli altri: da Matteo Salvini a Marine Le Pen, passando per Alice Weidel e Thierry Baudet. Il ruolo del primo ministro ungherese potrebbe essere quello di coordinare questi esponenti, per facilitare la creazione di un “partito europeo di Donald Trump” e per alimentare il dialogo con l’universo popolare. The Donald, dal canto suo, può vantare la profonda amicizia di un altro leader, uno che le cronache politiche continentali avevano dato per disperso: quel Nigel Farage, che prenderà parte all’imminente turnata elettorale con il suo Brexit Party. Viene sondato attorno al 30%. Arriverebbe primo nel Regno Unito e rappresenterebbe un pilastro di un ponte che rimane difficile da costruire.

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