Venerdì il leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, durante un’intervista rilasciata alla televisione al-Manar, ha affermato che gli Stati Uniti stanno cercando di stabilire dei canali di contatto con l’organizzazione libanese sciita considerata da Washington a tutti gli effetti un gruppo terroristico.

La rivelazione arriva a pochi giorni dopo una serie di provvedimenti verso tre esponenti del Partito di Dio proprio da parte del U.S. Treasury’s Office of Foreign Assets Control che ha messo all’indice due membri del parlamento libanese e un ufficiale di collegamento tra Hezbollah e le agenzie di sicurezza di Beirut.

Nasrallah ha riferito che l’amministrazione americana “sta cercando di aprire canali di comunicazione con Hezbollah in Libano attraverso mediatori. Questo è il pragmatismo americano”.

I provvedimenti contro Hezbollah

L’organizzazione sciita che fa parte del parlamento libanese e che ha avuto, e sta avendo, parte attiva con le sue milizie nella guerra in Siria, è considerata come terrorista da Washington che nel corso degli anni ha inasprito i provvedimenti per contrastarla.

Il fatto che Hezbollah sia sostenuta apertamente dall’Iran e che attraverso questa Teheran stia penetrando attivamente e sempre più stabilmente in Siria ed in Libano nel quadro della costituzione della cosiddetta “mezzaluna sciita”, sta preoccupando non poco Washington ed in particolare Israele, che non nasconde la sua strategia di guerra parallela colpendo gli asset iraniani in Siria.

Da parte di Washington si sta cercando di contenere il fenomeno dell’espansionismo sciita attraverso una guerra ibrida che comprende anche il colpire il meccanismo di finanziamento delle milizie sciite: lo scorso aprile il Dipartimento di Stato Usa ha offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari per chi fosse in grado di fornire informazioni utili a interrompere i meccanismi finanziari di Hezbollah; Amin Sherri e Muhammad Hasan Ra’ad, i due parlamentari libanesi, insieme a Wafiq Safa, l’ufficiale di collegamento, sono stati messi in lista nera dall’Ofac, i loro asset negli Usa congelati, è stato loro proibito di stipulare affari con cittadini statunitensi e sono stati esclusi dal sistema finanziario americano.

L’attività dei Hezbollah, infatti, non si esercita solo in Medio Oriente o in Europa, ma anche negli Stati Uniti. Attività di raccolta fondi, riciclaggio di denaro e procurement viene svolta dal gruppo sciita da Vancouver a Miami passando per New York. Il sospetto di una possibile attività terroristica sul suolo americano aveva portato, nel 2017, all’arresto di Kourani e Samer el-Debek, due personaggi ritenuti due agenti di Hezbollah negli Stati Uniti.

La guerra ibrida Usa contro l’Iran

Il contrasto a Hezbollah, come accennato, rientra in un disegno più grande di contrapposizione all’Iran, che sembra essere ridiventato uno “Stato canaglia” per la Casa Bianca. L’attacco agli Ayatollah, prima ancora di essere militare – opzione per il momento remota ma non trascurabile dati gli eventi nel Golfo Persico – viene effettuato isolando l’Iran economicamente (attraverso le sanzioni) e combattendo i suoi proxy (Hezbollah), cercando di isolarli e cercando di tagliare il cordone ombelicale che hanno con Teheran.

Questa apertura verso il Partito di Dio, sebbene non ancora confermata dal Dipartimento di Stato, è anche funzione di questa strategia: Hezbollah, del resto, è presente nel parlamento libanese e Beirut è sostenuta economicamente e militarmente da Washington. Il pragmatismo a cui si riferisce Nasrallah potrebbe quindi essere un tentativo Usa di allentare la presa su Hezbollah in cambio di un accordo che limiti la penetrazione dell’Iran in Libano: del resto a Washington potrebbero pensare di avere, a buon diritto, un peso notevole sul governo di Beirut ed essendo Hezbollah una parte importante dello stesso non è escluso che possano cercare una soluzione diplomatica.

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