Sembra essere arrivata ad una positiva svolta la crisi politica che da mesi tiene sotto scacco il Kurdistan iracheno. La regione autonoma, istituita ufficialmente dopo l’estromissione dal potere di Saddam Hussein, vive una fase di grave stallo dalla fine del 2017. In particolare, dopo il referendum sull’indipendenza non riconosciuto dalle autorità centrali di Baghdad, il Kurdistan iracheno non ha più un presidente: il leader storico, Masud Barzani, rassegna le sue dimissioni nel novembre di quell’anno e da allora si cercando accordi per il suo sostituto. Forse adesso potrebbero esserci importanti novità, grazie ad un’intesa tra le due principali formazioni curde: ilPartito Democratico curdo (Pdk), di cui fa parte Barzani, ed il Partito Patriottico Curdo (Upk).

La storica rivalità tra i due partiti

Anche se da quando esiste la regione autonoma Barzani con il suo partito ha sempre dominato la scena politica, il quadro curdo iracheno vede una costante e continua contrapposizione tra le due principali formazioni sopra citate. Tra il 1994 ed il 1997 i due partiti danno vita ad una vera e propria guerra civile interna curda per la contesa dei territori settentrionali dell’Iraq. Il Pdk nasce nel 1946 e viene fondato da Mustafa Barzani, padre di Masud. L’Upk nasce invece soltanto più tardi, nel 1975: il principale promotore è quel Jalal Talabani che dal 2005 al 2014 è il primo presidente della repubblica irachena post Saddam. Le differenze sono in primis ideologiche: l’unione patriottica ha al suo interno anche componenti marxiste, è una formazione generalmente considerata molto più orientata a sinistra a nasce proprio dal distacco da quello che, fino ad allora, è l’unico partito curdo iracheno, ossia per l’appunto il Pdk.

Il culmine, come detto, arriva a metà anni ’90 con scontri armati interni alla regione autonoma. Le divisioni non sono mai sopite del tutto, anche con la caduta di Saddam Hussein. Da qui lo stallo derivante sia dal mancato riconoscimento del referendum da parte del governo centrale iracheno, sia dallo stallo politico e sociale in cui versa la regione. Alta disoccupazione ed aumento delle famiglie povere fanno da contraltare all’immagine, sapientemente curata fino a pochi anni fa, di un Kurdistan iracheno in pieno sviluppo economico. Oggi la regione in realtà appare quasi svenduta alle società petrolifere, specialmente turche, con l’estrazione del greggio che adesso sembra l’unica vera risorsa di questo territorio.

Cosa prevede l’accordo tra i due partiti

Come annunciato dall’emittente Rudaw, riferimento mediatico del Kurdistan iracheno, i due leader dei due partiti principali riescono a trovare un’intesa politica per il futuro della regione. Nechirvan Barzani, vice presidente del Pdk, e Kosrat Rasul Ali, numero uno dell’Upk, siglano un accordo che prevede, tra le altre cose, la formazione di un nuovo esecutivo ed il superamento del cosiddetto “accordo strategico” del 2005. Quest’ultimo è un compromesso sulla spartizione di cariche e poltrone tra i due principali partiti curdi. Prevede ad esempio la presidenza della regione autonoma al Pdk, mentre il ruolo di primo ministro deve essere “ruotato” tra le due formazioni politiche ogni due anni e mezzo. L’emersione di una nuova forza, ossia il movimento “Gorran”, manda nei fatti in soffitta l’accordo del 2005.

Da qui lo stallo, le nuove incomprensioni tra i due principali partiti e quindi il caos degli ultimi mesi. Adesso il nuovo compromesso, che dovrebbe avere una durata quadriennale, dovrebbe riportare la calma ad Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Anche perchè, all’esterno dei palazzi del potere locale, vige una situazione sempre più drammatica specie sotto il profilo economico. Un contesto che rischia di fare della società civile curda una vera e propria polveriera pericolosa per la regione e potenziale nuova (ennesima) spina nel fianco per l’intero Iraq.

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