Nello scenario mediorientale, negli ultimi mesi sono stati principalmente due i Paesi che hanno destato particolare attenzione per via delle proteste popolari esplose al proprio interno: Iraq da un lato, Libano dall’altro. Si tratta di nazioni dal delicato equilibrio sociale ed istituzionale, caratterizzate peraltro da una divisione del potere su base etnico/confessionale sulla quale si riflettono anche le rivalità regionali. Conoscere dunque la composizione dei governi di questi Paesi a volte serve anche per comprendere i rapporti di forza tra i principali attori del Medio Oriente. Nell’ultimo mese, sia in Iraq che in Libano sono stati nominati nuovi premier e nuovi esecutivi. E, in entrambi i casi, i nuovi governi sono caratterizzati da un preciso comune elemento: pendere verso l’Iran. Un fatto che appare sorprendente, specialmente perché proprio l’ultimo mese è stato caratterizzato dall’uccisione, da parte degli Usa, del generale iraniano Soleimani. 

I nuovi governi in Iraq e Libano

A partire da ottobre, tanto a Baghdad quanto a Beirut la gente ha iniziato a scendere in piazza per chiedere riforme e condizioni di vita migliori. In Iraq la protesta è subito diventata violenta, anche perché oltre alle rivendicazioni di natura economica vi erano anche quelle politiche: non sono mancati, in particolari, assalti verso sedi governative o anche rappresentanze diplomatiche, come dimostrato dai casi del consolato iraniano a Najaf e dell’ambasciata Usa nella capitale irachena. In Libano invece i contorni della protesta sono stati più pacifici, ma non meno ricchi di tensione. In entrambi i Paesi, i rispettivi premier si sono dimessi: Mahdi a Baghdad e Saad Hariri a Beirut tra ottobre e novembre hanno deciso di passare il testimone. Come detto, sia l’Iraq che il Libano sono caratterizzati dalla divisione del potere su base etnica e confessionale. Trovare dunque accordi per la formazione di nuovi governi da queste parti è tradizionalmente molto difficile.

Le svolte sono però arrivate nelle ultime settimane: il 19 dicembre il presidente libanese Michael Aoun ha affidato l’incarico di premier ad Hassan Diab, nei giorni scorsi il capo di Stato iracheno, Barham Saleh, ha nominato primo ministro Mohammed Allawi. Nel primo caso, si è di fronte ad un vero paradosso. Nel Paese dei cedri, nella sopra citata ottica della divisione dei poteri, il premier deve essere sunnita ed in effetti Diab è espressione della popolazione sunnita. Tuttavia, il nuovo capo del governo appare molto più gradito agli sciiti. Ma soprattutto, il nuovo esecutivo è potuto nascere grazie all’appoggio decisivo dei partiti sciiti, in primis di Hezbollah. Dunque, a Beirut il governo che ha giurato nelle mani del presidente Aoun appare più vicino all’Iran ed alle posizioni filo Teheran. Il predecessore di Diab, ossia Saad Hariri, fungeva invece come garante dell’equilibrio politico di Beirut nel contesto regionale: l’ex premier infatti, era molto vicino all’Arabia Saudita, ma nel suo governo c’erano anche tre membri di Hezbollah.

Nel caso iracheno, l’impressione di trovarsi difronte ad un governo molto vicino all’Iran è ancora più evidente. Come riportato su InsideOver da Futura D’Aprile, l’accordo per la nomina di Allawi è arrivato dopo otto settimane di contrattazione tre i due leader sciiti più importanti: Moqtad Al Sadr da un lato ed Hadi Al Amiri dall’altro. Dettaglio non da poco, rivelato dal Middle East Eye, le trattative sarebbero state portate avanti nella città iraniana di Qom. Segno di come l’influenza di Teheran sulla nuova governance di Baghdad appaia ancora più importante. In questo caso però, occorre comunque puntualizzare che il governo di Allawi è nato unicamente per traghettare il paese verso nuove elezioni, da tenere verosimilmente entro un anno.

Le milizie iraniane presenti ad Idlib

Da qui, si può dunque notare che l’uccisione di Soleimani non ha per il momento scalfito la strategia di Teheran di puntare ad avere una propria importante influenza in medio oriente. I nuovi governi insediati a Beirut ed a Baghdad, sembrano far ulteriormente concretizzare quella “mezzaluna sciita” di cui il generale ucciso il 3 gennaio scorso era principale interprete ed ideatore. Ed in questo scenario, non bisogna dimenticare la guerra in Siria. Come sottolineato da Laura Cianciarelli, nelle recenti avanzate dell’esercito siriano nella provincia di Idlib, c’è anche lo zampino delle milizie filo iraniane. In particolare, nella zona di Maarat Al Numan, recentemente ripresa in mano da Damasco, sarebbero impegnati combattenti dei gruppi iraniani ed afghani che compongono la Forza Quds.

A sud di Aleppo invece, altro territorio in cui l’esercito di Assad appare molto impegnato in questi giorni, al fianco delle forze regolari siriane ci sarebbero anche combattenti di Hezbollah. In generale, nelle ultime settimane la presenza iraniana in medio oriente non è apparsa affatto ridimensionata. Al contrario, Teheran per il momento sembra proseguire con i piani direttamente ereditati da Soleimani.

 

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