“Il test nucleare della Corea del Nord è un segnale di speranza?”. Questo il titolo dell’editoriale del New York Times di oggi. Un titolo che appare del tutto in controtendenza rispetto agli allarmi che l’ultima provocazione di Kim Jong-un ha suscitato nel mondo.

Allarmi fondati, certo, dal momento che il missile lanciato dalla Corea del Nord ha aperto una nuova fase della tormentosa crisi coreana. Si tratta, infatti, di un vettore intercontinentale, in grado cioè di colpire gli Stati Uniti d’America.

Allarmi rafforzati dalla dichiarazione incendiaria dell’ambasciatrice Usa all’Onu Nikki Haley, che ha affermato: “Ora la guerra è più vicina”. Parole da apocalisse, ché questo è lo scenario che aprirebbe una guerra in Estremo Oriente.

Non solo per i milioni di morti che gli analisti prevedono in caso di conflitto, ma anche perché aprirebbe una conflittualità dagli esiti imprevedibili tra Cina (e Russia) e America.

Senza contare le ripercussioni catastrofiche sull’economia globale causate dall’inevitabile devastazione della Corea del Sud, un Paese più che importante in tal senso. E dall’altrettanto inevitabile raffreddamento dei rapporti tra Cina e Occidente.

Conseguenze ben note all’establishement e all’esercito americano, che finora hanno frenato le intemperanze di Trump.

Intemperanze che la nuova provocazione coreana sembrava dovesse riaccendere. Invece, nonostante la gravità dell’accaduto, il presidente americano sta tenendo un profilo meno incendiario.

Certo, ha ripreso il filo del suo duello verbale con il presidente coreano, rispolverando la sua pregressa gag sul rocket-man, “l’uomo missile”, alla quale ha aggiunto l’insulto di “cagnolino malato”.

Offese sul piano personale che però finora hanno consentito al presidente degli Stati Uniti di rispondere alla provocazione evitando di intraprendere la china di nuovi e più pericolosi proclami bellici.

Ma si diceva dell’editoriale del New York Times e della sua singolare controtendenza rispetto alla drammatizzazione degli eventi. La speranza espressa nel titolo si fonda sul contenuto del comunicato che il presidente coreano ha diramato dopo il test.

Kim Jong-un ha parlato di un “clamoroso successo”, aggiungendo che il lancio del missile rappresenta “il raggiungimento dell’obiettivo storico del programma nucleare nazionale”.

Funzionari e analisti americani, continua l’editoriale del NYT, “hanno ipotizzato che la Corea del Nord non avrebbe intrapreso seri negoziati fino a quando non avesse raggiunto le sue ambizioni nucleari”.

Pertanto “se il signor Kim è soddisfatto del programma come suggeriscono le sue dichiarazioni, potrebbe essere il momento per l’amministrazione Trump, direttamente o tramite intermediari, di verificare nuovamente se c’è una possibilità di un dialogo serio”.

Un’analisi più che interessante anche per un altro aspetto: essa coincide perfettamente con quella di diversi analisti interpellati dal sito Sputnik, l’organo di informazione russo più diffuso in Occidente (insieme a Russia Today).

Non si tratta solo di sottolineare come tale concordanza rafforzi la credibilità dell’analisi del giornale americano, ma anche di riscontrare che, nonostante il Russiagate e l’inasprimento dei rapporti tra Stati Uniti e Russia, esiste ancora, sottotraccia, la possibilità di convergenze parallele tra Washington e Mosca.

Convergenze che, nel caso della crisi coreana, possono aiutare a sciogliere un nodo che non può essere sciolto con le sanzioni, rivelatesi del tutto inutili, né con il blocco navale, misura minacciata dopo quest’ultimo test.

D’altronde, in occasione della sua recente visita in Asia, il presidente americano aveva invitato Putin ad aiutarlo a risolvere la crisi coreana.

Non era boutade, ma un cenno politico di certa intelligenza: una crisi globale non può risolversi se non in ambito globale. Serve Putin, come ben sa Trump

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