Benjamin Netanyahu ha annunciato come il programma di annessione dei territori occupati debba rimanere in sospeso sino alla nomina del nuovo esecutivo successiva alle elezioni che si terranno il prossimo 2 marzo. La scelta del premier israeliano ha provocato la rabbia dei coloni, che dopo la proposta del piano di pace per il Medio Oriente di Donald Trump sperava in una conclusione rapida dello stallo che interessa da anni la regione. Tuttavia, secondo quanto riferito dalle fonti vicine all’esecutivo provvisorio israeliano la decisione potrebbe essere presa soltanto da un esecutivo eletto ed in possesso dei pieni poteri; spostando quindi la scadenza a dopo la prossima tornata elettorale e nella speranza che questa volta dalle urne possa uscire un chiaro vincitore.

La scelta di Netanyahu non era assolutamente scontata. Ma ha dovuto tenere conto soprattutto degli equilibri internazionali che un’annessione troppo rapida avrebbe toccato. Innanzitutto, l’annessione dei territori porterebbe ad un nuovo rischio di rottura col mondo musulmano, a meno di trattative volte a garantire, nel limite del possibile, i diritti della popolazione palestinese. Inoltre, la stessa posizione contraria all’accordo di pace espressa dalle Nazioni Unite è stata un monito che il governo non ha potuto ignorare, rimandando il suo piano di annessione dei territori occupati.

La questione della Cisgiordania e soprattutto dei territori occupati dai coloni israeliani dopo la guerra del 1967 ha tenuto banco nella regione sin dalle sue origini. La soluzione di proposta da Trump, sebbene da un lato garantirebbe una definitiva soluzione, non è stata reputata sufficiente dal Palazzo di Vetro e dalla Lega araba per garantire i diritti della popolazione palestinese. Nella sua visione, infatti, la Palestina sarebbe sì divisa da Israele, ma non potrebbe godere di un proprio esercito e non potrebbe tutelare i propri confini, in un territorio che in ultima battuta apparirebbe frammentato e dalla difficile governabilità.

La scelta di Netanyahu, in fondo, è stata necessaria anche per scongiurare un aumento delle tensioni tra le fazioni nel momento delicato che sta attraversando Israele, senza governo da ormai oltre un anno e con una nuova tornata elettorale alle porte. La possibilità che un’instabilità ulteriore causata dalla questione possa peggiorare i già difficili equilibri e mettere in difficoltà la formazione di un prossimo esecutivo ha fatto il resto, conducendo alla scelta di rimandare l’annessione dei territori. E nonostante la scelta abbia creato il malcontento nei coloni, il danno non è stato considerato equiparabile ad un nuovo scoppio di tensioni nell’area nel momento di massima debolezza dello Stato di Israele.

Secondo fonti vicine al governo israeliano, la decisione di posticipare l’annessione a dopo le elezioni si rivelerà però una lama a doppio taglio per l’attuale primo ministro, che rischia di perdere consensi proprio dalla base del suo elettorato. I coloni israeliani hanno infatti già organizzato un sit-in di proteste fuori dalla residenza governativa di Netanyahu per esprimere il proprio dissenso. Inoltre, come sottolineato dal ministro della difesa Naftali Bennett, in questo modo si palesa anche la possibilità che un rimando a dopo le elezioni si traduca con un nulla di fatto per molti anni a venire, soprattutto nel caso in cui l’attuale presidente non venga nuovamente rieletto. Lasciando Israele e la Palestina, ancora una volta, con il fiato sospeso; divisi da una crisi che dura ormai da oltre mezzo secolo.

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