Benjamin Netanyahu lavora al suo nuovo governo e prospetta di trasformarlo nell’esecutivo più a destra della storia d’Israele. Dovendo al tempo stesso mediare l’identitarismo del suo Likud, sionista e nazionalista ma laico, con le formazioni ultraconservatrici e i rigoristi religiosi. Questi ultimi stanno mettendo i maggiori paletti per la nascita del suo sesto governo in quella che sarà la terza fase della sua carriera di potere. Dopo il triennio 1996-1999 e i dodici anni consecutivi dal 2009 al 2021 Netanyahu ha concluso la traversata del deserto l’1 novembre scorso. La vittoria del Likud e dei suoi alleati ha portato Netanyahu, per un anno e mezzo leader dell’opposizione per la terza volta negli ultimi trent’anni di fronte ai governi di larga intesa di Naftali Bennett e Yair Lapid, a programmare il ritorno al potere.

Israele non diventerà “uno Stato halachico” governato dalla religione, ma da “una destra liberale e nazionale”, ha dovuto ammonire il 13 dicembre Netanyahu commentando le richieste dei futuri alleati di Giudaismo Unito nella Torah di introdurre per legge lo stop all’erogazione di elettricità da parte dello Stato durante lo Shabbat. Netanyahu ha fino al 21 dicembre, su mandato del Presidente della Repubblica Isaac Herzog, per completare il governo. Molte caselle sono a posto, ma il quadro deve ancora finire di essere dipinto. E Netanyahu troverà in sicurezza, lotta alla criminalità e conservatorismo sociale, prima ancora che religioso, l’alchimia per far convivere una coalizione complessa.

Itamar Ben-Gvir, il leader della forza di estrema destra Potere Ebraico, potrebbe diventare Ministro della Sicurezza Nazionale e capo della Polizia. Ben-Gvir è tra le figure che in nome del nazionalismo etnico hanno più volte sfidato l’obiettivo dei governi di unità nazionale dell’ultimo anno e mezzo: mantenere la coesione della cittadinanza israeliana al di sopra dell’appartenenza etnica, ebraica o araba. Ben-Gvir ha definito i membri arabi della Knesset, il parlamento di Gerusalemme, “una quinta colonna” dei Paesi del Golfo, perorando l’espulsione del 20% dei cittadini israeliani, appartenenti a tale etnia. La Palestina sarà sicuramente centrale nell’agenda di un governo tanto orientato in termini etnonazionalisti. Netanyahu lo ha ricordato in un’intervista a Npr: “‘L’unica pace che regge è quella che possiamo difendere. E quello che possiamo difendere è quello in cui i palestinesi hanno tutti i poteri per governarsi da soli, ma nessuno dei poteri per minacciare la nostra vita”. Una presa di posizione chiara e inequivocabile sulla connessa torsione securitaria che potrebbe emergere per distogliere l’attenzione dalla dialettica tra laici e ultrareligiosi.

La nascente maggioranza ha dato prova di compattezza nelle scorse giornate. Yariv Levin del Likud è stato eletto Presidente della Camera ottenendo il sostegno decisivo di Aryeh Deri, leader degli ultraconservatori di Shas, in cambio dell’accelerazione per l’approvazione di una legge che consentirà a Deri di diventare Ministro nonostante passate condanne per frode fiscale.

Deri sarà Ministro delle Finanze per metà governo alternandosi con Bezalel Smotrich di Sionismo Religioso. Si alterneranno con il Ministero dell’Interno svuotato del controllo della polizia ma potenziato della decisiva delega della Sanità. Alla piccola fazione Noam è stata garantita visibilità garantendo al suo unico parlamentare Avi Maoz, secondo quanto riporta il Times of Israel, un ruolo di sottosegretario alla guida di un’agenzia sull’identità ebraica nell’ufficio del primo ministro e la direzione di Nativ, che elabora l’aliyah, il ritorno in patria, degli ebrei dell’ex Unione Sovietica. La logica del Likud e di Netanyahu è chiara: essere il pivot di una serie di accordi di fatto bilaterali fondati sul do ut des. Tutte le strade portano a Bibi, che sposta l’asse politico sempre più a destra. Risultando inaffondabile e pronto all’ennesimo ritorno. Sempre in sella al governo che ha già condotto per quindici anni.

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