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Dopo più di un mese, Israele sta uscendo lentamente dal secondo lockdown imposto l’11 settembre dalle autorità per cercare di limitare la seconda ondata di coronavirus. Nonostante l’allentamento delle restrizioni, la vita non è ancora tornata alla normalità: le scuole sono chiuse, i ristoranti posso vendere solo tramite asporto e le visite nei luoghi sacri sono ancora a numero ridotto. Secondo quanto previsto dal piano delineato dal ministero della Salute, un vero ritorno alla normalità sarà forse possibile per febbraio del 2021, ma è ancora presto per sapere cosa succederà nei mesi a venire.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu intanto ha festeggiato la fine del secondo lockdown e lodato l’operato dei suoi colleghi, presentando la decisione di imporre nuove misure restrittive come la mossa migliore per evitare ulteriori morti.

Nel Paese però non tutti sono d’accordo con l’operato del premier. Molti ritengono infatti che il Governo abbia deciso di riaprire determinate attività e di avviare un graduale ritorno alla normalità non per motivi economici o sanitari, ma per non perdere consensi tra gli ultra-ortodossi.

I religiosi sono stati al centro del dibattito pubblico fin dall’inizio della pandemia. Questa parte della popolazione ha rispettato ben poco le direttive del Governo e le misure imposte per contenere il virus, contribuendo invece ad aumentare il numero dei contagi. Già a luglio i dati del Corona National Information and Knowledge Center avevano mostrato come il numero maggiore di positivi al Covid-19 fosse concentrato nei quartieri a maggioranza ultra-ortodossa e la situazione non è migliorata con il passare del tempo. Anche in occasione del secondo lockdown la comunità haredi si è rifiutata di rispettare le nuove restrizioni, denunciando il comportamento del Governo e inasprendo i rapporti già tesi con il resto della popolazione.

La mancanza di rispetto delle regole mostrata dagli haredi ha infatti riaperto una ferita mai sanata con la componente laica e moderata di Israele e ha messo in difficoltà il premier Netanyahu. Per il leader del Likud l’appoggio degli ultra-ortodossi è fondamentale per la propria stabilità politica, come hanno dimostrato le ultime elezioni e le trattative per la formazione del Governo. Per questo motivo Bibi non ha potuto usare il pugno duro contro di loro come invece richiesto dalla maggioranza della popolazione israeliana, preoccupata dal comportamento degli haredi. Il premier ha cercato di convincere i rappresentati degli ultra-ortodossi del Parlamento ad intervenire, ma ogni sforzo è risultato inutile.

La situazione si è poi aggravata negli ultimi giorni, quando il rabbino Chaim Kanievsky ha ordinato la riapertura delle scuole haredi, in violazione delle norme anti-Covid imposte dal Governo. La mossa ha inasprito ulteriormente gli animi e aumentato le pressioni nei confronti del premier, che continua però a non agire con la dovuta risolutezza e a perdere terreno a vantaggio degli avversari politici.

Gli ultra-ortodossi sono infatti insoddisfatti dell’operato del premier e hanno più volte accusato il Governo di aver assunto un comportamento discriminatorio nei loro confronti, allontanandosi così dal Likud. Allo stesso tempo l’incapacità di Netanyahu di affrontare il problema rappresentato dagli haredi ha ridotto ulteriormente l’elettorato del Likud, mettendo in pericolo il futuro politico dell’attuale premier.

Secondo l’ultimo sondaggio realizzato da Channel 13, il partito di Netanyahu in caso di nuove elezioni otterrebbe solo 24 seggi, ossia ben 12 in meno rispetto a quelli che attualmente detiene nella Knesset. Il secondo partito sarebbe invece La casa ebraica dell’ex ministro della Difesa, Naftali Bennett, che fin dallo scoppio della pandemia ha visto crescere costantemente il proprio gradimento all’interno dell’elettorato deluso, in un modo o nell’altro, dal comportamento di Netanyahu.

Il premier si trova in una situazione da cui difficilmente potrà uscire indenne. Il rapporto politico con gli haredi ha costretto Bibi ad agire con cautela nei loro confronti, ma non è stato abbastanza per conservarne il sostegno elettorale. Allo stesso tempo, il favoritismo del premier ha allontanato anche l’elettorato moderato, indebolendo ulteriormente la sempre più fragile base del Likud. Che dovrà prima o poi scegliere se vale la pena continuare a farsi rappresentare da Netanyahu o se è tempo di cambiare leader.

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