Pochi giorni fa, il New York Times ha pubblicato un editoriale di Thomas Friedman nel quale si dice che Putin potrebbe essere un agente della CIA. Questa affermazione fa eco alla reciproca asserzione che vorrebbe invece Donald Trump un agente dei servizi esterni russi. 

Al netto della possibilità di pensare che sia una affermazione di qualcuno che non conosce per niente la storia russa recente, il titolo è soltanto una metafora utilizzata per scatenare l’ennesima invettiva contro il “putinismo”, lanciando un’aspra critica all’operato di Putin in quanto presidente della Russia. 

Il titolo viene motivato scrivendo che Putin avrebbe indebolito l’economia russa negli ultimi 10 anni, agendo a favore del consolidamento dell’apparato militare anziché dello Stato di diritto, di investire sui pozzi di petrolio invece che sul popolo, arricchendo se stesso e gli oligarchi e impoverendo il Paese

Si tratta, chiaramente, dell’ennesimo tentativo di far passare il messaggio del Putin sanguinario, che ha trasformato la Russia in una dittatura militare, in cui solo la sua cerchia di eletti giova di un sistema in deterioramento. E ciò viene confermato dalle affermazioni di Friedman, che sostiene che se Putin non fosse stato un debole, avrebbe concesso in oltre venti anni ad un candidato indipendente di concorrere contro di lui nelle elezioni presidenziali, e il giornalista fa riferimento alla propaganda che esterna tutta la sua “spavalderia senza camicia“. 

Il NYT mira quindi ad intaccare il giudizio che i cittadini russi stessi hanno di Putin, rivolgendo la domanda direttamente a loro. Un tentativo piuttosto vano, oltre che a scoppio ritardato, visto che giunge tre settimane dopo il voto che lo ha consacrato vincitore assoluto per il suo ultimo mandato.

La politica estera

L’editoriale muove una critica verso l’azione russa in Crimea e nell’Ucraina orientale, trascurando completamente  un voto popolare plebiscitario quale è stato il referendum crimeano, illegittimo sul piano del diritto, ma pur sempre efficace sul piano sostanziale. Così come, nasconde dietro un importante atto di politica estera quale l’intervento in Siria contro i ribelli e Daesh, nella necessità di istruire una propaganda per una Russia ancora grande potenza. 

Come si fa a mettere in dubbio questa affermazione? Non si può dubitare del fatto che la Russia sia un attore imprescindibile della politica internazionale, interlocutore rilevante su tutti i tavoli di negoziazione più spinosi, potenza militare di primo livello, con il maggior numero di testate nucleari armate. Non si può imputare alla propaganda putinista la presenza russa in Siria, unico sbocco nel mare caldo del mediterraneo per Mosca, dunque alleato politico e militare non trascurabile. La disastrosa politica mediorientale statunitense degli ultimi venti anni ha riabilitato il ruolo della Russia in Medio Oriente, e Putin è stato semplicemente in grado di inserirsi in un contesto particolarmente compromesso. 

La questione economica

Più volte, si è ribadito come la Russia di Putin, è noto, abbia delle evidenti lacune in campo economico, con un apparato economico-industriale che necessita di una ricostruzione post-sovietica, sempre rimandata, perché Mosca si è cullata sugli allori degli alti prezzi del petrolio della prima parte del XXI secolo. Ma non si può nascondere il fatto che la Russia abbia bisogno di riforme stringenti, che probabilmente vedranno la luce in questo ultimo sessennio di Putin. Bisogna, tuttavia, riferirsi anche al passato, per capire come invece Putin abbia provveduto a risollevare le sorti di un Paese impoverito e affamato dal liberismo post-sovietico

La Russia del 1998 era un Paese con oltre 40 milioni di poveri, un PIL che era un decimo di quello attuale, ed un salario medio risicato. Nel 2013, alle soglie della recessione che ha colpito il Paese a causa delle sanzioni dell’affaire ucraino e del crollo del prezzo del petrolio, la Russia aveva dimezzato il numero di poveri entro i propri confini, un PIL paragonabile a quello delle prime dieci potenze economiche mondiali. 

In sostanza, le accuse mosse da Friedman sono soltanto un ottimo modo per far trasparire ancora una volta disonestà e propaganda russofoba disinformata, quasi un riempitivo in mancanza di argomentazioni solide e pertinenti. E prova ne siano anche gli innumerevoli attacchi condotti verso il giornalista americano su Twitter, da suoi colleghi connazionali. Addirittura c’è chi lo porta come esempio di pessimo giornalismo. E come dar loro torto.

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