“In cella ho pensato che la mia vita sarebbe finita lì. Il mio destino era nelle loro mani”. Fran Castillo, 27 anni, parla dietro pseudonimo, è uno dei 150 giovani manifestanti arrestati dalla polizia nel corso delle mobilitazioni contro la riforma pensionistica in Nicaragua. È sotto choc, sul corpo porta ancora i segni dei manganelli adoperati dai suoi aguzzini.

L’incubo ha inizio venerdì 20 aprile. Dopo un brutale pestaggio, Fran viene arrestato dalla polizia insieme ad altri 40 giovani scesi in piazza nella città di Masaya. “Dopo averci picchiato in strada ci hanno portato in caserma e spogliato di tutte le nostre cose. Siamo stati interrogati per ore. Contro di noi c’erano accuse pesanti di terrorismo e criminalità organizzata. In realtà non avevamo fatto altro che esprimere pacificamente il nostro punto di vista, scendendo in piazza contro le politiche del presidente Daniel Ortega“, racconta Fran.

Nessuna possibilità di comunicare con l’esterno, né con la famiglia, né con un legale. Per trenta, drammatiche ore, il giovane ha vissuto dietro le sbarre, nella totale incertezza per la sua sorte. “Ero spaventato e consapevole di non avere più voce né diritti. La mia sorte dipendeva dai miei carcerieri” ricorda. La mente lo riportava a casa. “Pensavo ai miei cari, alla loro apprensione e alla possibilità che avrebbero potuto ritrovarmi cadavere al cimitero. Ma allo stesso modo mi sentivo orgoglioso di aver espresso tutto l’attaccamento per il mio Paese partecipando alla protesta” aggiunge.

Un tempo senza tempo scandito dall’angoscia e dall’amor di patria. “Mi sentivo un po’ come il venezuelano Henrique Capriles, pronto a lottare per i propri ideali e per la libertà del suo Paese”. Quando tutto sembrava ormai perduto, un cellulare, sfuggito alle perquisizioni della polizia, ha permesso al ragazzo di contattare la famiglia. Davanti alla sede delle forze dell’ordine scoppia la mobilitazione, la gente si assiepa, un gruppo di madri chiede che i figli vengano liberati.

“Alla fine del pomeriggio tre poliziotti hanno portato me e altri due compagni fuori dalle celle. Eravamo terrorizzati, credevo che fosse giunta l’ora della fine, invece, non ci hanno detto niente e ci hanno lasciato uscire dall’edificio”, aggiunge Fran. Un copione simile è accaduto anche per i manifestanti reclusi nel carcere di “La Modelo” a Tipitapa e nella struttura di massima sicurezza “El Chipote”, che gode di una fama sinistra.

Come documentano alcuni video diffusi sui social network, i prigionieri sono stati abbandonati nelle campagne, lontano da sguardi indiscreti. L’ombra delle torture marchia i loro corpi. Sono malconci e zoppicanti, pieni di lividi e con le teste rasate in segno di disprezzo, per renderli riconoscibili agli occhi della comunità. La grazia divina che ha riportato questi giovani a essere uomini liberi si intreccia alla più terrena pressione internazionale, che ha invocato il rispetto dei diritti umani e delle libertà costituzionali.

Pablo Cuevas della Commissione permanente per i diritti umani ha accusato la polizia nicaraguense di aver negato il giusto processo degli studenti e non solo. “Andremo a documentare tutto ciò che riguarda la detenzione, le percosse, i furti e gli abusi da parte della polizia: porteremo le prove davanti alle organizzazioni internazionali per i diritti umani”, ha spiegato Cuevas.

Nel frattempo, sale a 34 il bilancio delle vittime uccise nel corso della brutale repressione messa in atto dal governo per sedare la guerra civile. Il numero sembra destinato a salire drammaticamente con i primi ritrovamenti dei “desaparecidos”.

Si parla di decine di studenti di cui si sono perse le tracce, come inghiottiti nel buio delle violente rappresaglie. “Ne stanno ritrovando i cadaveri”, racconta un cooperante italiano che chiede di restare anonimo. “Molti sono stati uccisi con un proiettile sparato alla schiena. Tutto fa pensare che siano state delle vere e proprie esecuzioni”.  L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha esortato a indagare sui decessi sospetti. Lo scorso 25 aprile, mentre in Italia si festeggiava il 73esimo anniversario della liberazione dal nazifascismo, per le vie della capitale Managua sfilavano centinaia di persone vestite a lutto. Fiori e lumini accesi per ricordare le vittime della rivolta che ha messo a ferro e fuoco il Nicaragua.

“No eran delincuentes, eran estudiantes”, “Non erano delinquenti, erano studenti” recitano i partecipanti in coro. La calma è solo apparente. Il presidente Ortega ha ammorbidito la linea: dopo aver congelato la riforma previdenziale che ha acceso gli scontri, ha dato l’ordine di liberare buona parte dei manifestanti reclusi e autorizzato la ripresa delle trasmissioni del canale televisivo 100% Noticias, sospese per ordine dell’esecutivo. Ma per l’opinione pubblica tutto questo non basta.

La Conferenza episcopale nicaraguense si è proposta come “mediatore e testimone” di un dialogo nazionale al fianco del Consiglio Superiore delle aziende private (Cosep) e del movimento studentesco autoconvocato, il cuore dell’opposizione. Impensabile tornare indietro, la rottura con il passato diventa ogni giorno più evidente. La solidarietà di classe è un vento che soffia sempre più forte. Molti settori chiedono le dimissioni delle più alte cariche dello Stato e una “transizione democratica” per destituire Ortega e la moglie, Rosario Murillo, vicepresidente del Nicaragua. Sarà questo il tramonto di una dinastia politica e familiare? “Non so cosa accadrà – conclude Fran – ma più guardo la tranquillità che c’è ora nelle strade del mio Paese e più avverto la paura”.

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