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Cent’anni dopo il massacro dello Zar Nicola II e della sua famiglia, non c’è pace per i Romanov. E neppure per gli ebrei russi, subdolamente richiamati in causa per quella che gli storici hanno da tempo chiarito essere stata la diretta responsabilità del capo dell’allora nascente regime sovietico: Vladimir Iliic Lenin.

 La notizia è questa: un comitato d’inchiesta nominato dal Cremlino formerà una commissione speciale – formata da storici e da membri della Chiesa ortodossa – per stabilire la verità sulla terribile strage di Ekaterinburg, avvenuta nella notte del 17 luglio 1918. Fin qui ci sarebbe poco da eccepire, salvo forse osservare che ancor oggi, dopo ripetute indagini sul Dna dei resti delle vittime che ne hanno determinato l’autenticità, la Chiesa ortodossa moscovita cerca di attribuirsi un ruolo decisionale nella vicenda mettendo in dubbio ciò che aveva riconosciuto quasi vent’anni fa. Ma il punto clamoroso è un altro: la commissione indagherà «in tutta serietà» (parole pronunciate dal vescovo Tikhon, segretario della Commissione patriarcale per i risultati degli studi sui presunti resti imperiali nonché consigliere spirituale del presidente Vladimir Putin) sulla ipotesi che lo sterminio dei Romanov sia stato «un omicidio rituale».

 

Il riferimento, neppure tanto indiretto, è alla cosiddetta «accusa del sangue», pezzo forte dell’antisemitismo che in Russia è sempre rimasto d’attualità. Immediata la reazione sconvolta e indignata della comunità ebraica russa, che parla senza mezzi termini di «ignoranza medievale». «L’idea dell’omicidio rituale della famiglia dello zar è al cento per cento antisemita – ha detto il rabbino Boruch Gorin -. Siamo scioccati. Penso che quello che ha detto il vescovo Tikhon, cioè che la maggioranza dei membri della commissione ortodossa crede in questa teoria, dimostri che c’è una fortissima retorica antisemita all’interno della Chiesa ortodossa russa».

 

L’inquirente incaricata delle indagini, Marina Molodtsova, ha reso noto che – oltre a una lunga serie di esami forensici e interrogatori di «testimoni» – verrà eseguito anche «un esame psicologico e storico» per determinare se possa essersi trattato di un omicidio rituale. Premesso che nomi e vicende personali dei componenti del gruppo di fuoco che compì l’esecuzione dei Romanov sono noti da sempre e che è altrettanto noto che il mandante fu Lenin in persona che intendeva impedire che lo Zar e la sua famiglia diventassero la bandiera vivente della restaurazione voluta dai suoi nemici «bianchi», quali sono gli elementi portati dai sostenitori della teoria dell’omicidio rituale eseguito da ebrei?

 

Alla base c’è la storica distanza tra i religiosissimi Romanov e gli ebrei, in una Russia in cui il ciclico scatenamento di pogrom (sanguinose aggressioni a villaggi e comunità ebraiche giustificate con motivazioni religiose) era pratica tragicamente comune: secondo un certo nazionalismo russo molto vicino alla Chiesa ortodossa potrebbe dunque essersi trattato di una torbida vendetta. Si fa poi riferimento alla presunta composizione integralmente ebraica del plotone di esecuzione e al fatto che fossero simbolicamente in dodici. La prima questione è smentita dai riscontri storici, essendo certamente ebreo ma altrettanto certamente ateo e comunista fanatico il capo del gruppo Jakov Jurovskij, così come il dirigente sovietico Jakov Sverdlov (che architettò l’eliminazione dei Romanov d’intesa segreta con Lenin, evitando con cura che vi fossero mai ordini scritti) e il capo bolscevico della regione degli Urali Filipp Goloshchekin, detto significativamente «l’occhio del Cremlino». Gli altri esecutori della strage erano russi, ma c’erano anche un austroungarico e alcuni lettoni, due dei quali all’ultimo minuto si tirarono indietro perché non se la sentirono di partecipare all’uccisione a sangue freddo delle quattro giovani principesse Maria, Olga, Tatiana e Anastasia, figlie di Nicola II. Quanto ai dodici fucilatori, questa ipotesi alla Agatha Christie viene meno semplicemente osservando che dodici era anche il numero delle vittime: si era stabilito che ogni assassino si occupasse della sua singola vittima.

 

Il «pezzo forte» dei teorici antisemiti è però la scritta lasciata su una parete della stanza del massacro a Ekaterinburg da uno dei killer. È un verso del poeta tedesco Heinrich Heine, riveduto e corretto per l’occasione: «Belsatzar ward in selbiger Nacht von seinen Knechten umgebracht» («Quella notte stessa Belsazar fu ucciso dai suoi servitori»). Da notare che sul muro fu scritto intenzionalmente «Belsatzar» proprio per sottolineare che l’ucciso è lo Zar («Tzar», appunto). In questo distico i nazionalisti russi antisemiti e i loro ammiratori all’estero vedono una firma, la rivendicazione su base religiosa dell’assassinio di Nicola II e dei suoi familiari. Il tutto pare una notevole forzatura, e va ricordato che una simile versione venne lasciata volentieri circolare in epoca sovietica per far sì che Lenin non dovesse passare alla Storia come il freddo assassino di massa che in realtà era.

 

Gli accusatori degli ebrei negano la veridicità della versione del massacro molte volte ripetuta in occasioni pubbliche dal capo degli stragisti Jurovskij, morto di morte naturale nel 1938, e dall’altro membro del gruppo di fuoco Piotr Ermakov, che tenne sul tema conferenze in scuole e fabbriche fino al suo ultimo anno di vita, il 1952. Essi pretendono che la spaventosa cronaca dell’eccidio fatta da alcuni dei suoi stessi autori (con particolari truculenti quali i brutali ammazzamenti delle principesse a colpi di baionetta e di pistola a bruciapelo, oltre a quelli dello scempio dei cadaveri e del loro maldestro occultamento in un pozzo di una vicina miniera) altro non sia che un’invenzione. In realtà, secondo costoro, quella notte di quasi cento anni fa nella famigerata Casa Ipatiev a Ekaterinburg fu inscenato un grottesco omicidio collettivo rituale ebraico, e basta fare una ricerca su internet per rendersi conto di chi e come sostenga queste tesi avventurose e di quale e quanto odio antisemita ancor oggi ci sia in circolazione. L’aspetto inquietante di tutto ciò, ovviamente, è che nella Russia di oggi la propaganda antisemita riaffiori a un livello ufficiale con il sostegno, più che il benestare, dei vertici della Chiesa ortodossa.

Roberto Fabbri

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