Angela Merkel è tornata. La Cancelliera ha rotto il lungo silenzio seguito allo scoppio della guerra in Ucraina dopo il quale, per non oscurare la scena al suo ex ministro delle Finanze e attuale capo del governo tedesco Olaf Scholz non ha rilasciato dichiarazioni per oltre cento giorni. Mesi durante i quali Frau Merkel è stata sia invocata come unica figura politica capace di mediare attivamente tra Mosca e Kiev sia, soprattutto dagli establishment politico-mediatici più fortemente antirussi, criticata per aver a lungo trattato con Vladimir Putin.

Il progetto infranto della GeRussia

“Utili idioti” è stata in particolare la definizione data da Politico.eu a marzo per indicare la Merkel e il suo predecessore Gerhard Schroeder per la lunga mediazione con lo Zar del Cremlino. A queste accuse la Cancelliera ha reagito parlando in una conferenza alla Berliner Ensamble, la principale sala teatrale della capitale tedesca: “La diplomazia non è qualcosa per la quale si possa dire che, se non riesce, è stata sbagliata. Non c’è qualcosa di cui io possa dire, questo è stato un errore e perciò mi scuso”, ha sottolineato la Merkel dicendo di non trovare alcuna contraddizione tra tale presa di posizione e la ferma, netta condanna all’invasione dell’Ucraina.

Merkel ha ragione. Sono assurde e limitanti in chiave interpretativa le accuse di chi colpevolizza gli sforzi politici volti a concretizzare un dato interesse strategico, specie se si considera il fatto che a imporre la fine del progetto di integrazione politico-economica tra Mosca e Berlino è stato Vladimir Putin proprio con l’improvvida mossa del 24 febbraio. Né è sostenibile accusare la Merkel di non aver mai voluto fare gli interessi dell’Ucraina: sì, la Cancelliera ha nel 2008 posto il veto all’ingresso di Kiev nella Nato proprio in virtù del timore di provocare Putin (si era a un anno dal durissimo discorso di Monaco e nei mesi della crisi georgiana) ma al tempo stesso dal 2014 in avanti mai il progetto della “GeRussia” si è distaccato dalle mosse pro-Kiev di Berlino.

La visione di Angela Merkel

La Germania merkeliana non ha mai armato Kiev negli anni del conflitto a bassa intensità in Donbass perché ha giocato con forza le carte della diplomazia e mediato gli Accordi di Minsk sul “Formato Normandia”; ha sempre imposto il suo via libera alle sanzioni europee e ha subordinato lo stesso progetto Nord Stream 2, il “gasdotto della discordia” al proseguimento del flusso gasiero attraverso l’Ucraina. Ha valorizzato la sua centralità strategica tra Europa e Russia mirando a essere hub politico e a annacquare la debolezza militare e geopolitica di Berlino con un graduale rilancio della capacità di proiezione commerciale del Paese anche oltre i confini del Vecchio Continente.

In particolar modo dopo il decollo di Nord Stream 2 la GeRussia, come ha ricordato a Inside Over il politologo Salvatore Santangelo che negli anni ha analizzato con cognizione di causa l’integrazione politica tra i russi e i tedeschi, era per Berlino “un segnale di un’autonomia strategica iniziata con le posizioni pacifiste del 2003 e continuata con l’astensione tedesca – nel quadro Onu – sul voto per l’imposizione della no fly zone sui cieli libici nel 2011″. Un’autonomia strategica che “gli Stati Uniti non possono che guardare con un certo fastidio” ma che per la Germania è stato un tratto distintivo che ha segnato un lungo periodo della sua storia recente, complice la volontà dell’Europa di trovare nuovi riferimenti nel difficile quadriennio di relazioni con gli Usa durante l’amministrazione Trump.

Del resto, ogni progetto di diplomazia originale nell’Europa degli ultimi decenni non ha potuto fare a meno di consolidare un tentativo di mediazione con Mosca. In Italia tale sforzo ha assunto postura bipartisan: Silvio Berlusconi negoziò il compromesso di Pratica di Mare nel 2002, ma anche Romano Prodi, Enrico Letta e Matteo Renzi alla guida dei governi di centro-sinistra hanno sempre cercato, pur in un contesto di deterioramento graduale dei rapporti tra Occidente e Mosca, di salvare il salvabile; per non parlare del legame che Giuseppe Conte ha provato a ricostruire dal 2018 in avanti. Perfino l’antirussa Polonia ha avuto, durante gli anni di governo di Donald Tusk, fasi di distensione con Mosca; i premier greci Alexis Tsipras e Kyriakos Mitsotakis, pur avendo da posizioni diverse aperto a un riavvicinamento tra Atene e gli Usa, hanno sempre cercato un compromesso attivo con Putin; in Austria Sebastian Kurz ha inaugurato una diplomazia “asburgica” che guardava alle buone relazioni con Mosca anche, se non soprattutto, in nome delle forniture energetiche. Nell’ottica di questo movimento paneuropeo la presunta “anomalia” di Viktor Orban non appare più tale. E che dire della diplomazia neo-gollista di Emmanuel Macron che cerca oggi di essere in prima fila nella relazione con la Russia?

Dal 2005 in avanti tutti questi sforzi spesso autonomi hanno avuto il loro centro di gravità nell’azione di Angela Merkel, capace di essere supplente di istituzioni comunitarie spesso prive di una reale rotta politica. Si può fare una colpa di questi sforzi? Assolutamente no. Al massimo si può imputare alla Merkel un sostanziale “cerchiobottismo” che è stato proprio della sua agenda in diversi temi perlomeno fino alla fine del terzo mandato, prima che dal 2017 in avanti il suo ultimo periodo al governo aprisse al graduale ritorno nella storia di Berlino. Scarsa lungimiranza politica? No, al massimo un misto del tipico cinismo teutonico e una velata ingenuità geopolitica. Non sono i propositi tedeschi ad essere mutati, ma quelli russi, con grave danno per tutta l’Europa. E di questo non si può esplicitamente fare una colpa al capo di governo che più di tutti ha provato, negli anni, a trarre la Russia in Europa.

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