Al termine di una videoconferenza durata 2 ore e 17 minuti, Joe Biden e Xi Jinping hanno promesso di “tenere aperte le linee di comunicazione”. Un po’ poco, visto che né gli Stati Uniti né la Cina hanno espressamente parlato di progressi concreti sui temi che, ormai da mesi, avvelenano il clima diplomatico tra i due Paesi.

Ci si aspettava qualcosa in più dall’ultimo meeting virtuale tra i due presidenti, il quinto in due anni. Un meeting che si è concentrato per lo più sul possibile viaggio della speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, a Taiwan, ma che non ha partorito soluzioni concrete. Forse non era nemmeno questo il vero obiettivo del dialogo, quanto piuttosto la volontà di non aggiungere ulteriori tensioni alle pressioni già in essere. Anche perché la trasferta taiwanese di Pelosi non è ancora stata ufficializzata e, in ogni caso, Biden non può vieterla.

Dal canto suo Xi è stato chiarissimo, lasciando intendere che la posizione della Cina sulla questione Taiwan non cambierà di una virgola. La Cctv ha sintetizzato gli interventi più importanti del leader cinese, cha ha ribadito i soliti concetti già espressi in altre occasioni: “Entrambi i lati dello Stretto di Taiwan appartengono a un’unica Cina”, “ferma opposizione al separatismo” dell’isola e “all’interferenza di forze esterne”, “non lasceremo mai spazio alle forze indipendentiste”.



Giocare con il fuoco

Dopo aver rimarcato che la posizione del governo e del popolo cinesi “è coerente ed è la ferma volontà di oltre 1,4 miliardi di cinesi di salvaguardare sovranità nazionale e integrità territoriale”, Xi Jinping ha lanciato a Biden un avvertimento emblematico: “Chi gioca con il fuoco si dà fuoco, spero che gli americani lo capiscano bene”.

Qualche mese fa, in merito alla guerra in Ucraina, il presidente cinese aveva recitato a Biden un proverbio altrettanto incisivo: “jie líng hái xu xì líng rén”, che può essere tradotto come “è di chi ha legato il sonaglio al collo della tigre il compito di toglierlo”. Detto altrimenti, Xi spiegava al suo omologo statunitense che il compito di risolvere la faccenda ucraina sarebbe toccato agli Stati Uniti, responsabili, sempre a detta del leader cinese, di aver fatto arrabbiare la “tigre” Russia.

Pechino ha insomma fatto capire per l’ennesima volta che non intende trattare o scendere a compromessi sulla questione Taiwan. Questo significa che un’ipotetica visita di Pelosi a Taipei potrebbe alimentare il fuoco cinese, e quindi bruciare gli americani. Nei giorni scorsi, infatti, sono emerse varie indiscrezioni in merito all’eventuale reazione cinese di fronte alla decisione della speaker della Camera Usa di avventurarsi nell’isola rivendicata dal Dragone. Pare che la Cina sia disposta perfino a mobilitare i suoi caccia per scortare l’aereo di Pelosi o, addirittura, respingerla. Va da sé che un’azione del genere provocherebbe una contro reazione statunitense, e quindi lo scoppio di una crisi globale. La seconda dopo quella attualmente in corso in Ucraina.

Temi comuni e portaerei

La versione cinese del colloquio Xi-Biden è stata resa nota al termine del summit. La Casa Bianca ha atteso circa tre ore, segno che a Washington hanno pesato ogni singola parola da utilizzare nel comunicato ufficiale per evitare di aggravare una situazione pesante. Biden ha confermato a Xi che “la politica americana su Taiwan non è cambiata” e che “gli Stati Uniti sono fortemente contrari a ogni tentativo di cambiare lo status quo nello Stretto o minare pace e stabilità”.

Gli Stati Uniti hanno poi dato l’impressione di voler tenere aperto il dialogo con la Cina. Se non sui temi più spinosi, di impossibile risoluzione date le troppo divergenti visioni, almeno su quelli di interesse comune, come il cambiamento climatico e la sicurezza sanitaria. Trovare un minimo comun denominatore in un mare in tempesta è impresa ardua, perché i cinesi sarebbero anche disposti a collaborare, a modo loro, su queste tematiche. Ma, allo stesso tempo, non intendono certo retrocedere su tutti gli altri dossier, Taiwan in primis.

In definitiva, la videoconferenza tra Biden e Xi è stata vaga e per niente risolutrice. La parte cinese ha tuttavia espressamente tracciato una linea rossa da non superare onde evitare la rottura definitiva di ogni relazione. Nel frattempo, lo scorso martedì la portaerei USS Ronald Reagan ha lasciato Singapore e si è diretta a nord, nel Mar Cinese Meridionale, in direzione dello Stretto di Taiwan. Un portavoce della settima flotta, Hayley Sims, ha descritto il movimento come la “continuazione delle normali operazioni programmate come parte della pattuglia di routine a sostegno di un Indo-Pacifico libero e aperto”. 

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