La guerra nel Nagorno-Karabakh è tornata a infuriare dallo scorso 27 settembre, ma trincee e filo spinato non sono elementi nuovi per questo territorio. Qui il conflitto esiste dal 1992, da quando cioè sono iniziate le dispute tra armeni e azeri per il possesso di questa regione. Prima di settembre dunque, si poteva parlare di “guerra congelata”, una situazione in cui nonostante il tacere delle armi non è mai stata trovata una vera soluzione alle dispute in grado di portare tensioni e rivendicazioni. Ma lo scenario del Nagorno non è l’unico del genere. Esistono altri conflitti congelati, situazioni dove sono ben evidenti caratteristiche comuni: una discrepanza tra situazione de jure e situazione de facto, rivendicazioni di natura etnica e territoriale, formazione di Stati non riconosciuti dalla comunità internazionale.

La situazione del Donbass

La guerra in questa regione dell’Ucraina orientale è molto recente, l’eco delle armi è ancora ben impresso nel ricordo della popolazione, tuttavia è possibile parlare di conflitto provvisoriamente congelato. Le tensioni qui sono sorte all’indomani delle proteste di piazza Maidan, a Kiev, che nel febbraio del 2014 hanno provocato la fine del governo del presidente Viktor Janukovich. Da allora la politica ucraina è stata filo occidentale e pesantemente anti Mosca. Una circostanza quest’ultima che ha allarmato la popolazione russofona, stanziata soprattutto nell’est dell’Ucraina. Il 6 aprile 2014 nei territori grossomodo corrispondenti agli oblast di Donetsk e Lugansk sono state proclamate le rispettive due omonime repubbliche indipendenti. Ne è nato un conflitto in cui l’esercito ucraino ha provato a riprendere il controllo di questi territori. Un cessate il fuoco è stato proclamato nel settembre del 2014, da allora la vicenda non è mai stata risolta.

Attualmente infatti de facto le due province sono sempre amministrate dalle due repubbliche proclamate dai separatisti, le quali però non hanno alcun riconoscimento internazionale. De jure questi territori appartengono all’Ucraina, con Kiev che ne rivendica il controllo. Negli ultimi sei anni sono state diverse le violazioni del cessate il fuoco, ma complessivamente le armi sono state usate sempre di meno. Per superare lo stallo sul tavolo delle trattative vi è la proposta di riconoscere ampia autonomia alle due province, in cambio del loro definitivo rientro nel territorio ucraino.

L’Ossezia del Sud

Un altro caso emblematico di Stato autonomo de facto ma non de jure è quello relativo alla Repubblica dell’Ossezia del Sud. Si tratta di una nazione situata nel territorio del Caucaso e compresa tra la Georgia e la Russia. La particolare posizione geografica ha generato nel tempo non poche questioni fino ad arrivare a un conflitto bellico. Tutt’oggi il governo di Tbilisi ne rivendica la sovranità mentre la popolazione, al contrario, parla ufficialmente la lingua russa. Era l’agosto del 2008 quando il presidente georgiano Mikheil Saakašvili, ha dato il via libera ai bombardamenti su Tskhinvali, capitale del piccolo Stato indipendente e solo formalmente ricadente nel territorio georgiano.

All’attacco della Georgia ha risposto la Russia. Una reazione armata sia per frenare le velleità di Saakasvili e sia per tutelare gli osseti del sud le cui tradizioni culturali non sono mai state diverse da quelle degli osseti del nord (cittadini russi a tutti gli effetti). Dal conflitto, durato pochi giorni, la Georgia ne è uscita sconfitta ammettendo la disfatta. La Russia si è impegnata invece a ritirarsi gradualmente dal territorio georgiano riconoscendo l’indipendenza dell’Ossezia del Sud.

Dunque il contesto è quello di uno Stato de facto indipendente nell’ambito dei propri confini territoriali, ma, a livello internazionale, è tale solo nei confronti di quei pochi Paesi che hanno riconosciuto tale sovranità. Si tratta quindi di uno Stato con un riconoscimento limitato, al pari di un’altra Repubblica de jure interna al territorio georgiano, ossia quella dell’Abkhasia. 

La Transnistria

Anche la Transnistria  ha un’indipendenza che assume connotati particolari se rapportati al contesto internazionale. Si tratta di uno Stato ricadente nella Repubblica della Moldavia ma in cui, ufficialmente, si parla la lingua russa. Una nazione indipendente de facto, governata da un’amministrazione autonoma e sovrana che risiede nella città di Tiraspol. La sovranità però  non è riconosciuta dai Paesi dell’Onu che considerano la Nazione de jure  parte della Moldavia.

Era il 2 settembre del 1990 quando, la Regione che apparteneva alla Repubblica Socialista Sovietica Moldava, ha deciso di dichiarare la propria indipendenza come Repubblica Moldava di Pridnestrov’. Poi, nel 1992, è scoppiata una guerra con le autorità di Chisinau durata pochi mesi e conclusasi con un “cessate il fuoco” imposto da una commissione congiunta tripartita tra Russia, Moldavia e Transnistria. Da qui è nata anche una zona demilitarizzata tra Moldavia e Transnistria comprendente 20 località vicine al fiume Nistro. Molti anni dopo e cioè nel 2014, la Transinistria ha chiesto l’adesione alla Federazione Russa, sulla scia del recente precedente dell’annessione della Crimea. Ma da allora ad oggi nessuna risposta è giunta da parte di Mosca, per cui la Transnistria è rimasto uno Stato autonomo ma non riconosciuto a livello internazionale. All’interno del suo territorio è comunque ancora presente un contingente di soldati russi.

Il muro di Nicosia

De jure l’isola di Cipro è unita e amministrata dal governo appartenente, a partire dal 2004, all’Unione Europea. Tuttavia de facto la situazione è diversa: nella parte nord esiste uno Stato non riconosciuto a livello internazionale che controlla un terzo del territorio. Qui le dispute hanno a che fare con la convivenza sull’isola di due distinte comunità: una greco – cipriota e l’altra turco – cipriota. A seguito di un colpo di Stato appoggiato dal governo dei colonnelli in Grecia, il 20 luglio 1974 Ankara ha dato il via a un’operazione volta a invadere Cipro ufficialmente per proteggere la comunità turcofona. Quella guerra ha creato una netta spaccatura all’interno dell’isola, ancora oggi non sanata: il nord è occupato dai turchi, il sud invece è grecofono. In mezzo vi è una linea, la cosiddetta “Green Line”, da dove i soldati dell’Onu verificano il congelamento degli scontri.

Nel 1983 nella parte settentrionale è stata proclamata la Repubblica di Cipro del Nord, Stato turcofono riconosciuto unicamente da Ankara. Il suo governo non ha quindi rapporti né con l’Unione Europea e né con le Nazioni Unite. Nicosia, la capitale cipriota, è divisa in due da un muro: a sud è presente la comunità grecofona, a nord invece quella turcofona. Da anni sono in corso trattative per la riunificazione, con la proposta di creare una federazione. Nel 2004 un referendum ha bocciato questa idea, a pesare nei colloqui è anche la situazione dei rifugiati: grecofoni da un lato e turcofoni dall’altro rivendicano la possibilità di tornare nelle case da cui sono dovuti scappare nel 1974.

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