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Dal 9 ottobre gli occhi di tutto il mondo sono puntati sul confine tra Siria e Turchia, in attesa di vedere fin dove arriverà l’esercito turco e quanto grave sarà la distruzione di quell’esperimento rivoluzionario, il Rojava, tanto acclamato e poi tradito dalle potenze internazionali. Almeno una parte dell’attenzione pubblica, però, dovrebbe concentrarsi sulle politiche interne del Sultano e in particolar modo sulla repressione di ogni forma di dissenso messa in campo del presidente turco e che sembra stia raggiungendo un nuovo apice proprio mentre l’esercito è impegnato nell’operazione Fonte di pace.

Tolleranza zero verso i manifestanti

Fin dall’inizio dell’invasione della Siria del Nord-est, infatti, una parte della popolazione turca è scesa in strada per manifestare contro la decisione del presiedente Recep Tayyip Erdogan di attaccare il Rojava, ma le proteste sono state represse con la forza. Secondo quanto riportato da Reuters, il 10 ottobre  le polizia ha usato i cannoni ad acqua per disperdere i manifestanti che si erano radunati nella città di Diyarbakir e decine di attivisti sono stati arrestati. Tra questi ci sarebbe anche il leader provinciale dell’Hdp, partito filo-curdo spesso nel mirino della polizia turca. Diyarbakir non è l’unica città in cui si è assistito alla caccia ai contestatori: anche a Mardin, sempre il 10 ottobre, altre 21 persone sono state arrestate per  aver criticato sui social media l’operazione Fonte di pace e altre 78 sono attualmente sotto inchiesta. L’accusa mossa nei loro confronti è di “incitamento all’odio” e “propaganda per organizzazioni terroristiche”. Il riferimento è come sempre al Pkk, il Partito dei lavoratori curdo bollato per l’appunto da Turchia, Usa e Unione europea come terrorista e legato, secondo Ankara, alle Ypg curde e allo stesso Hdp. Difendere il Rojava quindi equivale a prendere le difese di gruppi che minano all’integrità e alla sicurezza della stessa Turchia. Almeno secondo il presidente Erdogan.

Anche ad Ankara non sono mancate le proteste e le relative repressioni: in questo caso la polizia ha arrestato 11 persone legate all’Hdp che si erano radunate in piazza per esprimere il proprio dissenso contro l’operazione militare in Siria. Le azioni della polizia turca non si sono concentrate solo contro i semplici manifestanti, ma ancora una volta hanno preso di mira anche la già fortemente limitata libertà di stampa e di espressione. Sempre il 10 ottobre, infatti, il giornalista Hakan Demir, che cura la parte online del quotidiano di opposizione Birgun, è finito in detenzione provvisoria. Anche nel suo caso l’accusa è di “propaganda per il terrorismo”.

La repressione contro l’Hdp

A finire nel mirino della polizia non sono stati solo i manifestanti e chi ha espresso il proprio dissenso online. A poche ore dall’avvio delle operazioni militari contro la Siria del Nord-est, la procura di Ankara ha messo sotto inchiesta anche i co-presidenti dell’Hdp, Serzaj Temelli e Pervin Buldan. I due politici hanno bollato l’operazione in Siria come un tentativo del partito di Governo di riguadagnare il consenso perso in patria e hanno criticato la decisione di attaccare militarmente il Rojava. L’accusa mossa nei loro confronti, ovviamente, è di aver fatto “propaganda per organizzazioni terroristiche” e di aver “insultato il Governo turco”. L’11 ottobre è stata la volta dei co-sindaci Hdp di Bismil, Orhan Ayaz e Gulsen Ozer, anche loro finiti in detenzione provvisoria.

La politica di tolleranza zero nei confronti dell’Hdp non è certo una novità nel panorama politico della Turchia, ma è molto probabile che continuerà ad aumentare con l’avanzare delle operazioni militari in Siria. Il partito filo-curdo tra l’altro è stato l’unico ad aver votato contro l’invasione del Rojava nel Parlamento nazionale, vedendosi voltare le spalle anche dal quello stesso Chp (il partito kemalista, ndr) che è riuscito a conquistare Istanbul proprio grazie all’aiuto della componente curda. Un favore fino ad ora non ricambiato.

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