Hanno sfidato il pensiero unico politicamente corretto, anche a costo di essere bersagliati dai media progressisti e radical chic. Sono gli antieroi per eccellenza, quelli che hanno detto “no” e hanno deciso di non piegarsi, o meglio di non inginocchiarsi come impone l’ipocrita rituale imposto dai liberal e dal loro antirazzismo posticcio in omaggio a Black lives matter. Il più noto forse è Charles Leclerc, pilota monegasco della Ferrari, che insieme ad altri cinque colleghi di Formala Uno – Max Verstappen, Kimi Raikkonen, Daniil Kvyat, Antonio Giovinazzi e Carlos Sainz Jr –  ha deciso di non inginocchiarsi: “Quello che conta sono i fatti. Non m’inginocchierò, ma questo non significa affatto che sia meno impegnato di altri nella lotta alle discriminazioni” aveva annunciato prima del Gp d’Austria. E così ha fatto. 

Molti hanno stigmatizzato il gesto di Leclerc: non abbastanza “sottomesso” secondo i codici rituali della cultura del piagnisteo che tanto va di moda ultimamente. C’è poi da fare un’altra considerazione importante. Passi per l’odio indistinto verso il solito occidente, ombelico del mondo, ma lezioni di antirazzismo dalla Formula Uno anche no. Come nota Marco Farci su Atlantico Quotidiano, infatti, mentre punta il dito contro l’America e l’Occidente, la Formula Uno ha stabilito un fondamentale accordo di sponsorizzazione con la compagnia petrolifera dell’Arabia Saudita. E si fa ricoprire di soldi da Paesi non certo campioni di diritti umani come il Barhain o la Cina.

Il coraggio di Sam contro i puritani del politically correct

L’altro grande simbolo della lotta al politically correct si chiama Samantha Leshank, calciatrice statunitense di ventitré anni. Come riporta IlGiornale.it, durante l’inno nazionale prima della partita fra North Carolina Courage e Portland Thorns, Sam ha deciso di dare una grande lezione ai buonisti, non inginocchiandosi come hanno fatto tutte le altre. È rimasta in piedi, perché essere “bianchi” non è affatto una colpa. La giovane, infatti, ha indossato la maglietta dei Black Lives Matter, perché si definisce anche lei “antirazzista”, ma ha rifiutato di inginocchiarsi schierandosi contro la dittatura del politicamente corretto. Il suo gesto, come spiega IlGiornale.it, le è costato caro, dato che è stata attaccata sui social pesantemente da colleghe e dai tolleranti progressisti. Per i buonisti definirsi “antirazzista” non è sufficiente: bisogna umiliarsi, inginocchiandosi, ed espiare quel senso di colpa che attanaglia le coscienze (sporche) dei liberal americani.

Come abbiamo già spiegato su questa testata, l’odio di sé – che caratterizza questi nuovi movimenti progressisti che vogliono cancellare la storia – rappresenta un lascito del puritanesimo. Come nota Robert Huges nel suo saggio La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto, i Puritani si ritenevano, a buon diritto, vittime di una persecuzione, designate a creare uno Stato teocratico le cui virtù trascendessero i mali del Vecchio Mondo e riscattassero così la caduta dell’uomo europeo. La democrazia americana, nota Hughes, “consistette nell’infrangere la condizione di vittima coloniale, creando uno Stato laico in cui diritti naturali dell’individuo si ampliassero senza sosta a vantaggio dell’eguaglianza”.

Le star nella bufera per aver espresso una semplice opinione

Altri personaggi famosi hanno invece dovuto scusarsi per aver semplicemente detto la loro opinione sulle tensioni sociali negli Usa e su Black Lives Matter. Alcune star (perlopiù cantanti, attori), infatti, avevano preso posizioni al di fuori della vulgata progressista, pagandone le conseguenze in termine di critiche sulla stampa e sui social media. Il rapper Lil Wayne, per esempio, è stato letteralmente massacrato solamente per aver messo in dubbio l’esistenza del “razzismo sistemico” e aver dichiarato, durante una diretta instagram che risale al 28 maggio scorso che occorre differenziare ed è sbagliato generalizzare, prendendosela con tutte le forze dell’ordine indistintamente o con una razza in particolare (quella “bianca”). Parole se vogliamo “banali” e di semplice buon senso, che però ai manifestanti antirazzisti non sono piaciute. Essere bianchi è una colpa, punto e stop.

Stessa sorte per Evan Peters, attore di American Horror Story, che ha dovuto scusarsi dopo che gli utenti su twitter lo hanno criticato per aver condiviso un video nel quale un ufficiale di polizia ha uno scontro fisico con un manifestante violento. Altre star hanno invece dovuto rimuovere i videoclip che ritraevano i manifestanti distruggere negozi e commettere reati durante le proteste. Questo è ciò che accade a chi sfida la nuova religione laica del politically correct: la “rivoluzione culturale” non può essere messa in discussione.

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