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Ieri l’Onu ha approvato un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Corea del Nord, il nono dal 2006,anno in cui Pyongyang eseguì il suo primo test nucleare.

Le misure sono meno severe di quelle volute da Washington inizialmente, e prevedono il bando alle esportazioni tessili nordcoreane d il taglio all’importazione di gas e petrolio. Ieri il ministero degli Esteri nordcoreano aveva lanciato un monito agli Stati Uniti: “Proveranno le peggiori sofferenze se chiederanno altre sanzioni”. Intanto è continuato lo sforzo diplomatico di Xi Jinping per trovare una soluzione alla crisi. Dopo Donald Trump e  Angela Merkel, venerdì è stata la volta del presidente francese Emmanuel Macron. Xi Jinping ha ribadito al suo omologo attraverso una telefonata che l’unica strada da percorrere è quella del dialogo e dei negoziati, e si augura che Parigi possa avere “un ruolo costruttivo” nella ripresa della mediazione sulla questione nordcoreana. Secondo il presidente statunitense, la Cina ha un “ruolo essenziale” in questa crisi. Trump si è infatti impegnato a intensificare le comunicazioni con Pechino “nel tentativo di trovare una soluzione il prima possibile”. Non è la prima volta però che le stesse aspettative vengono riversate sulla Cina. In passato anche George W. Bush e Barack Obama avevano sperato nel salvataggio cinese. Ogni tentativo di mediazione da  parte di Pechino, ripetuto più e più volte negli anni, si è sempre rivelato un fallimento. E anzi, la situazione, a quanto pare, non ha fatto che peggiorare. L’Asse del Male

Il 29 gennaio 2002, l’allora presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, tiene il suo discorso sullo stato dell’unione. Il discorso ha luogo circa quattro mesi dopo gli attentati dell’11 settembre e i temi portanti sono il terrorismo e le minacce internazionali. In particolare, Bush cita per la prima volta l’espressione “Asse del Male”, riferendosi a un gruppo di Paesi impegnati nello sviluppo di armi di distruzione di massa. Tra questi – oltre a Iran e Iraq – rientrava proprio la Corea del Nord. “Il nostro obiettivo è quello di impedire a questi regimi di minacciare l’America” – dice il presidente in un passaggio. E aggiunge: “La Corea del Nord è un Paese che si sta dotando di missili e armi di distruzioni di massa, mentre fa morire di fame i suoi cittadini”.  Iniziano così – a partire da questi mesi – gli scambi diplomatici tra George W. Bush e gli altri Paesi dello scacchiere internazionale. Ogni trattativa diplomatica, però, non sembra riuscire in nessun modo a calmare le ambizioni militari dell’allora presidente della Corea del Nord, Kim II- sung –  che resterà in carica fino al dicembre 2011.

Le similitudini con il presente

Il 3 ottobre del 2006, infatti, l’allora ministro degli Esteri coreano dichiara che Pyongyang condurrà dei test nucleari, i primi di questo genere per il Paese. Nel 2005 Pyongyang aveva già annunciato di essere in possesso del nucleare,  ma fino a quel momento avrebbe condotto solo degli esperimenti missilistici più generici. Solo sei giorni dopo, la Corea del Nord esegue un nuovo test e la condanna di Bush non tarda ad arrivare: “Condanno le azioni e le dichiarazioni di Pyongyang – dice il presidente – la Corea del Nord ha sfidato di nuovo la comunità internazionale, e la comunità internazionale risponderà”. “Ne ho avuto conferma, questa mattina, nelle conversazioni che ho avuto coi leader di Cina , Corea del Sud, Russia e Giappone. Abbiamo riaffermato il nostro impegno per una penisola coreana senza armi nucleari. E abbiamo tutti concordato che le azioni che la Corea del Nord sostiene di avere preso sono inaccettabili e meritano un’immediata risposta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

 Anche durante la presidenza di Obama sembrano ripetersi gli stessi episodi, da una parte le azioni e le provocazioni di Pyongyang, dall’altra le risposte di Washington: “La Corea del Nord –  commenta Obama il 25 maggio del 2009 in seguito al lancio di un nuovo missile nordcoreano  – sta sfidando direttamente e in modo sconsiderato la comunità internazionale” .

 Queste schermaglie diplomatiche insieme al tam tam di sanzioni scagliate contro il Paese nordcoreano riaffiorano all’infinito nel corso di questi anni e ritrovano tutta la loro inefficacia nel presente. Le parole delle testate giornalistiche sulla Corea del Nord sembrano raccontare più di dieci anni fa la storia che stiamo vivendo ora: minacce, ripercussioni, condanne, contromisure. Solo per citare un esempio che si può ricondurre a un evento recente basti pensare a questo articolo, che titola “La Corea del Nord prova l’atomica, eseguito un test sotteraneo“.  Insomma, la diplomazia non è mai riuscita a cambiare le carte in tavola e difficilmente ci riuscirà. Visti i precedenti di questi anni, anche la mediazione di Pechino rischia di rivelarsi inutile. Una cosa è certa, per ora la tensione con il paese nordcoreano non ha fatto altro che acuirsi. 

Gli scenari futuri

 Lo scorso mese Pyongyang ha minacciato il lancio di quattro missili nella acque territoriali statunitensi al largo dell’isola di Guam. Poco dopo è arrivata la notizia che un missile nordcoreano aveva sorvolato il Giappone.

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Nel caso di un attacco della Corea del Nord, gli Stati Uniti hanno diverse opzioni di difesa, come il sistema anti-missile Thaad (Difesa d’area terminale ad alta quota) e quello basato su navi, Aegis system, che consente di monitorare e intercettare fino a 100 missili contemporaneamente. Le altre opzioni sul tavolo riguardano ancora una volta sanzioni e negoziati. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, però, sta tentando di soffocare il programma nucleare di Pyongyang da più di un decennio, con poco – anzi pochissimo – successo. 

Intanto Trump ha stimolato più volte la Cina a frenare il vicino, ma molti esperti non condividono la fiducia della Casa Bianca nella capacità di Pechino di apportare un cambiamento,  il quale dovrebbe avvenire mirando per la prima volta all’economia del Paese nordcoreano, attraverso nuove sanzioni, tra le quali un embargo progressivo sul petrolio. Secondo la Cina, una pressione economica rischierebbe di portare Pyongyang al collasso, il che scatenerebbe il caos su tutta la penisola e una serie di problemi nel lungo termine.  Pechino, infatti, rappresenta il 90% del commercio estero della Corea del Nord, ed è quindi vitale per l’economia globale di Pyongyang. 

Al momento le intenzioni di Kim Jong Un non sono ancora chiare. Per quanto riguarda il futuro, quindi, non c’è ancora uno scenario più probabile di un altro. Quello che è certo, però, è che il leader continua ad assumersi sempre più rischi. 

“Ci troviamo indubbiamente di fronte a una crisi gravissima”, ha dichiarato a Gli occhi della guerraOliviero Frattolillo, Professore Associato di Storia e Istituzioni dell’Asia presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Università di Roma Tre.  “Se la Corea continuerà a giocare al ricatto nucleare, come sta facendo ormai da tempo, sembrerebbe inverosimile supporre che Trump e il Pentagono si limiteranno ad essere semplici spettatori – ha aggiunto Frattolillo – ,  e il pericolo che le provocazioni diventino azioni concrete contro Tokyo e Seul – alleati degli Usa – è altissimo.” “In questo caso – prosegue Frattolillo – Washington non potrebbe esitare ancora e l’escalation potrebbe coinvolgere Pechino, storico alleato della Corea del Nord”.

Per il professore, “andrebbe però anche sottolineato il disagio crescente provato dalla stessa Cina di fronte alle continue provocazioni di Pyongyang: l’ultima si è consumata proprio mentre Xi Jinping stava ricevendo a casa sua le autorità politiche dei BRICS; gli interessi di Pechino che guardano sempre più all’apertura economica rischiano quindi di essere compromessi dal vicino turbolento.”

È importante notare, inoltre, che l’attenzione mediatica da parte di Corea del Sud e  Giappone nei confronti del Paese nordcoreano non è mai stata così alta come negli ultimi tempi e – secondo l’esperto – questo rappresenterebbe un “fatto abbastanza epocale”, considerato che la situazione geopolitica della regione estremorientale è tale dagli anni ’50.

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