L’accordo sul nucleare fra gli Stati Uniti di Barack Obama e la repubblica dell’Iran ha da sempre rappresentato il vanto dell’amministrazione prima di Donald Trump. Su questi accordi, Obama si era giocato molta della sua credibilità, di fronte all’opinione pubblica mondiale, nel definire le regole della geopolitica. L’opposizione, sia interna sia esterna, aveva criticato fortemente quest’operazione, tacciandola di concessione a un nemico dell’America. In particolare, Israele e una parte cospicua del Congresso degli Stati Uniti si erano detti contrariati da un alleggerimento delle sanzioni previste dagli Stati Uniti, mentre la comunità internazionale, in larga parte aveva accolto con favore questo senso di disgelo nelle relazioni fra i due Stati.Con l’ascesa di Donald Trump, in molti hanno avanzato delle notevoli perplessità riguardo alle possibilità di durata dell’accordo. Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha per mesi definito l’Iran uno Stato sponsor del terrorismo islamico e Rex Tillerson ha più volte sostenuto la necessità di avere un Iran completamente denuclearizzato. Perché, sempre a detta di Tillerson, un accordo che non prevede una drastica fine del potenziale atomico iraniano, rappresenterebbe solo un momentaneo accordo di tregua posticipando soltanto la riapertura del conflitto.L’accordo del 2015 prevedeva per l’Iran alleggerimento, seppur non eccessivo, delle sanzioni economiche imposte dall’Occidente, in cambio di alcune controverse concessioni in materia di energia nucleare. Il concordato prevede il taglio delle centrifughe per arricchire l’uranio, passando da un numero di 19mila a una cifra pari a 5mila. Oltre a ciò, viene previsto un tetto massimo alle riserve di uranio e la libertà per gli ispettori dell’ONU di intervenire in Iran per controllare il rispetto dell’accordo.Con la firma dell’accordo, Obama raggiunse anche un ulteriore patto con l’Iran, e cioè la liberazione di un numero di prigionieri di cittadinanza iraniana detenuti negli Stati Uniti, che sarebbero stati liberati. Obama, presentò questo accordo come una sorta di concessione a Teheran per dimostrare le buone volontà di Washington nei confronti della Repubblica Islamica. Secondo la presidenza Obama, si trattava di sette civili iraniani, uomini d’affari, che avevano ricevuto condanne in America per infrazione di divieti derivanti dall’embargo commerciale. Questa liberazione sarebbe stata contestuale a quella di cinque cittadini americani detenuti nelle carceri dell’Iran.Tuttavia, sembra che la versione raccontata dalla presidenza Obama sia molto diversa da come descritta dai canali ufficiali. A rivelarlo, è un’inchiesta della rivista Politico.com che è riuscita a scoprire una serie di lacune all’interno della versione di Obama, che dimostrano come il presidente abbia mentito sulla sostanza dell’accordo. Infatti, secondo quest’inchiesta, non sarebbero stati soltanto sette civili iraniani, quelli liberati nel gennaio del 2016. Si sarebbe trattato in realtà di ventuno detenuti, di cui soltanto sette sono stati quelli annunciati da Obama. Gli altri quattordici sarebbero stati in realtà tutti personaggi accusati di terrorismo o di crimini internazionali, verso i quali la Giustizia americana ha fatto cadere le accuse e il mandato di cattura internazionale.Oltre a queste misure, la presidenza Obama, a detta di Politico, avrebbe fatto inoltre una serie di concessioni riguardo alcune indagini sul terrorismo internazionale. Sempre secondo quest’inchiesta, la gestione dell’accordo da parte di Barack Obama avrebbe in realtà portato a ostacolare alcune attività intraprese negli anni precedenti per bloccare le tecnologie e le attività nucleari iraniane, in cambio di un accordo di facciata.L’inchiesta, se accertata e confermata da fonti governative, sarebbe uno scoop molto importante per la comprensione dell’accordo sul nucleare tra Iran e Stati Uniti. E potrebbe anche minarne le future attività. Il consenso politico verso l’accordo, mai eccessivamente apprezzato dalla politica americana, potrebbe essere messo a dura prova e rendere più facile per Trump l’inasprimento delle sanzioni o delle accuse verso Teheran. Il rischio è che, in concomitanza con l’incontro di Vienna, che ha, di fatto, già segnato una svolta negativa per il rispetto del patto, Trump abbia la capacità interna di imporre le proprie visioni sull’Iran, utilizzando le rivelazioni sull’accordo di Obama, che per i repubblicani è sempre stato troppo accondiscendente con il Medio Oriente e in particolare la Repubblica Islamica dell’Iran.

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