Complottismo è una parola molto usata da parte dell’establishement. E serve a bollare come inattendibile qualsiasi interpretazione dei fatti, ragionevole o meno che sia, che non si attenga alla versione ufficiale, quella appunto veicolata attraverso i media mainstream.Oggi, ribaltando i ruoli, è l’establishement americano a esercitarsi in quest’arte, in realtà in maniera alquanto rozza, accusando Donald Trump di aver conseguito la presidenza degli Stati Uniti grazie ai favori di Vladimir Putin.A rilanciare le accuse ieri è stato il presidente uscente Barack Obama, che ha fatto riferimento alle indagini della Cia sulla vicenda. Un’inchiesta che proverebbe come dietro gli hacker che hanno scardinato i computer dello staff di Hillary Clinton rivelandone i terribili segreti, ci sarebbero ambiti russi.Le carte dell’inchiesta, ha spiegato Obama, sono state inviate ai presidenti delle commissioni parlamentari competenti in materia, democratici e repubblicani, i quali le avrebbero ritenute attendibili. Aggiungendo che dovrebbero essere rese pubbliche al più presto.Fin qui il grande complotto per far eleggere Trump, che ha suscitato reazioni alquanto ironiche da parte dei destinatari delle accuse. Il neopresidente ha ricordato come la Cia avesse dato per certo le armi di distruzione di massa di Saddam. Accusa apparentemente irridente, in realtà alquanto pesante, dal momento che quella guerra illegittima ha precipitato il mondo in una destabilizzazione globale dalla quale ancora non si riesce a uscire. Diversa e più diretta la reazione moscovita, che ha invitato il presidente americano a tirar fuori le prove o a tacere.Vedremo se e quanto tali carte saranno rese pubbliche, ma già dalle parole di Obama si può capire che in realtà c’è tanto fumo e poco arrosto. Il presidente degli Stati Uniti, infatti, nella sua lunga esternazione, ha affermato che “la Russia è altamente gerarchica, operazioni del genere vengono decise al massimo livello”.Parole che indicano chiaramente che nelle carte non c’è alcuna prova che coinvolga Putin, solo supposizioni. E forse neanche prove sul coinvolgimento esplicito dei servizi segreti russi, dal momento che anche questi per muoversi abbisognano di input, espliciti e non deducibili, dall’alto.Vedremo quando le carte usciranno, che certo prima o poi accadrà. Sul punto resta però insuperabile l’obiezione dell’ex ambasciatore Usa all’Onu John Bolton, il quale ha affermato che l’operazione di hackeraggio ha tutti i connotati di una “false flag”. Si tratta di operazioni condotte allo scopo di gettare discredito su un avversario, disseminando ad arte false prove che lo accusino.Un po’ quel che accade nei film western, nei quali i banditi uccidono civili innocenti con lance e frecce per scatenare una guerra indiana (sono cose che purtroppo non accadono solo nei film…).Già, perché, ha osservato Bolton, “un servizio di intelligence sofisticato non lascerebbe nessuna impronta digitale” nel compiere operazioni del genere. E il personaggio di operazioni di intelligence se ne intende.Uomo di punta dei neocon, Bolton non può certo esser tacciato di essere un filo-putiniano, dal momento che tale ambito ha un’avversione esistenziale nei confronti della Russia.E proprio da questa sua appartenenza deriva l’importanza di tale dichiarazione pro-Trump: i neocon avevano supportato con entusiasmo la candidatura di Hillary Clinton, la cui vittoria gli avrebbe consentito di dispiegare liberamente la loro strategia destabilizzatrice.Alcuni di loro, però, tra cui Bolton, hanno appoggiato Trump. Una scelta che teneva aperta ai neocon la possibilità di influenzare il prossimo governo degli Stati Uniti anche nel caso di una sconfitta della loro prediletta. Tanto che Bolton, dopo la vittoria di Trump si è detto disposto a fare il Segretario di Stato, ipotesi che in un primo momento sembrava doversi realizzare (almeno secondo i media, mentre in realtà era impossibile).Non è andata così e per quell’incarico Trump ha scelto Rex Tillerson, un petroliere texano (ceo della Exxon mobil) che ha buoni rapporti con Putin. Designazione in linea con quanto aveva promesso durante la campagna elettorale, nella quale aveva indicato tra le priorità quella di attutire le tensioni Usa-Russia.E però, sia che Bolton vada a fare il vice di Tillerson (ipotesi che circola) sia che magari abbia altri incarichi, il suo endorsement verso Trump offre al neo-presidente Usa un modo per trovare un compromesso anche con gli ambiti a lui più ostili, i neocon appunto. Compromesso indispensabile se vuole portare avanti quel dialogo con Mosca che trova tante forze ostative.Tra queste, appunto, quelle che si stanno agitando per dimostrare il complotto russo per favorirne l’ascesa alla Casa Bianca. Un’agitazione che appare alquanto vana, come altre similari (i riconteggio delle schede, le pressioni perché i grandi elettori tradiscano Trump). In realtà l’accenno più realistico del discorso tenuto ieri da Obama è che tra poco più di un mese dovrà traslocare dalla Casa Bianca per far posto a Trump. E questa è la storia, il resto appartiene alla cronaca.

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