Nella matematica della politica americana, è come se la storia sapesse già il vincitore, qualunque siano gli avversari. Il colore e il passato di ognuno dei cinquanta Stati ritorna ad imporsi ogni quattro anni, quasi ci fosse una sorte impossibile da ribaltare.

È così che si decide dove e quanto investire, per guadagnare una contea in più e sperare che quella storia si sbagli. Più difficile sapere in anticipo cosa possa accadere in Ohio, il settimo Stato più popoloso degli Stati Uniti d’America, da oltre cento anni protagonista di quella strana statistica che lo ha visto scegliere sempre il vincitore. Con le soli eccezioni del 1948 e del 1960, quando prima Roosevelt ebbe la meglio su Dewey e poi John Kennedy sul candidato Richard Nixon.

Nel 2016, Donald Trump vinse con otto punti percentuale in più dell’allora candidata democratica Hillary Clinton. Ma ma sia nel 2008 che nel 2012, quella manciata di voti di scarto fu per Barack Obama fondamentale per vincere entrambe le elezioni.

Negli anni lo Stato ha dimostrato di essere estremamente importante non solo per la rielezione di Obama – prima del secondo mandato il partito democratico raggiunse 50.58% contro il 47.6% dei repubblicani – ma anche nel 2004 quando George W. Bush vinse in Ohio con il 51% dei voti, raggiungendo così il margine necessario per essere rieletto nel collegio elettorale. Astuta o forse rischiosa la decisione di scegliere proprio lo Stato che si avvicina di più all’elettorato di Trump per il quarto dibattito che precede le primarie del Partito democratico? I dodici candidati, il più alto numero per un dibattito, si sono sfidati tutti insieme sul palco dell’Università Otterbein di Westerville, sobborgo della capitale Columbus, dove nelle ultime elezioni il supporto democratico è stato di poco superiore a quello del partito di Trump.

Eppure nella lista degli Stati inclusi nel programma di impegno iniziale del comitato di azione politico-democratica Priorities Usa, non c’è traccia dell’Ohio. Se per alcuni dei candidati democratici poteva essere l’ultima chance di partecipare ad un dibattito prima delle primarie del 2020, gli occhi erano tutti puntati sullo Stato ospite dove il voto è in diminuzione da decenni. Secondo un recente sondaggio dell’Emerson Polling sull’elettorato locale, per la maggior parte bianco e più vicino ai sostenitori di Trump, i dati preoccupano anche il presidente in carica – il 54% delle donne nello stato non approvano l’operato di Trump.

L’indagine ha registrato un punteggio in calo soprattutto riguardo il tema del lavoro e le promesse fatte da Trump durante la campagna elettorale del 2016. Tra le tante, quella di riportare nello Stato posti di lavoro nel settore manifatturiero andati in Cina, Messico, Giappone, con un conseguente aumento dei posti di lavoro. Per ora ancora una speranza per i migliaia di dipendenti della fabbrica General Motors di Lordstown a nord est dello stato, chiusa da più di sei mesi senza prospettive di una riapertura imminente.

“Per poter vincere l’Ohio, non dobbiamo passare troppo tempo a cercare di riconquistare i voti di Trump”, ha dichiarato l’ex governatore democratico Ted Strickland, “dobbiamo andare oltre il voto delle aree urbane, [puntando su quello] delle donne e assicurandoci una forte affluenza afroamericana”.

Stando ai dati relativi al mese di settembre di Moody’s Analytics, la filiale di Moody’s Corporation fondata nel 2007, sembra che la maggior parte degli stati, 35, sia di colore rosso. Le previsioni si sono basate su come i consumatori si sentono riguardo la loro condizione finanziaria, i guadagni che il mercato azionario ha ottenuto durante il mandato Trump e le prospettive di disoccupazione. “Mi sembra buono”, ha commentato sul suo profilo Twitter il presidente in carica.

Nonostante il consenso in Ohio del 43% non sia comunque molto più alto della media nazionale del 42, sembra che lo Stato abbia perso anche quella conquista di bellwether state – indicativo delle tendenze nazionali – per eccellenza.

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