L’Italia si prova a muovere sottotraccia in una delle fasi più delicate della guerra in Ucraina. Non un’azione semplice. Roma, che in un primo momento dell’escalation aveva optato per una politica di mediazione sul modello tedesco, con l’avanzare del conflitto si è invece mostrata fortemente orientata verso le richieste atlantiche. Una scelta di campo che chiaramente impone oneri e onori. E se il sostegno all’Ucraina, con piena adesione alle scelte Nato, viene visto come un punto a favore nelle logiche di Washington e dell’Occidente, dall’altro lato è evidente che tutto questo possa escludere l’Italia dai soggetti internazionali accreditati con il Cremlino per una possibile mediazione. Gli spiragli dunque sono difficili, ma il governo italiano può sfruttare una prima finestra di opportunità data non tanto dagli antichi legami energetici e commerciali con Mosca, quanto dalla richiesta di Kiev di avere anche il Belpaese tra gli Stati garanti di un futuro accordo di pace. La richiesta, confermata anche dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, implica per Roma un ruolo quantomeno non totalmente secondario nelle logiche euro-atlantiche. E essere tra i membri di questa possibile piattaforma di garanti internazionali serve anche a sostenere l’ipotesi di un a Italia di nuovo in corsa per ritagliarsi un ruolo nella “corsa alla pace”.

In questo senso, alcuni elementi possono essere di aiuto a un rinnovato percorso dell’Italia sul piano diplomatico. Il primo è che il segretario generale delle Nazioni Unite è stato prima in Turchia, Paese che si è attivato da tempo per proporsi come mediatore tra Russia e Ucraina, per poi organizzare un viaggio a Mosca e Kiev. L’Onu in questi mesi è apparso un attore quasi estraneo alle logiche del conflitto, tuttavia il fatto che adesso si muova il suo vertice, Antonio Guterres, può essere il segnale che una trattativa esiste. Perché saranno proprio le Nazioni Unite, coinvolte nel possibile patto tra i due Stati belligeranti e in questo sistema di Paesi garanti, a porre il loro ombrello formale a questo possibile nuovo status dell’Ucraina post-bellica.

Se l’Onu lavora a un accordo, l’Italia può così mostrarsi anche più attiva nella gestione della sua agenda estera senza intaccare nei freni posti dagli Stati Uniti, che finora invece hanno lavorato, in coordinamento con Londra e Kiev, per isolare completamente il Cremlino facendo impantanare le forze russe in una guerra logorante. Va ricordato, proprio sull’appoggio italiano all’Onu, che questo stesso meccanismo di convergenza si è rivelato utile in Libia per evitare gli scivolamenti verso Khalifa Haftar. La vicinanza al governo riconosciuto dalla comunità internazionale a Tripoli e al piano di pacificazione proposto, con molte velleità e difficoltà, dal Palazzo di Vetro (e di certo reso possibile dalle armi turche) ha fatto sì che la parte occidentale della Libia non diventasse un terreno completamente estraneo agli interessi italiani. Scelta certamente obbligata dopo la caduta di Gheddafi, ma che ha evitato la già nota ambiguità di alcuni esecutivi tra Bengasi e Tripoli.

Altro punto che sembra andare nella direzione di una rinnovata spinta verso la diplomazia della Farnesina, che non implica, va premesso, un ruolo da protagonista assoluto, è quella dei rapporti con i Paesi che si sono presentati come mediatori. In particolare con la Turchia. Il Corriere della Sera, oggi, ricorda come il ministro degli Esteri italiano consideri fondamentale il ruolo turco e come abbia ricordato che insieme al presidente del Consiglio Mario Draghi si muova per consolidare i rapporti con Ankara. In questo senso, sempre il Corsera rivela che “i contatti tra Roma e Ankara sono sempre più intensi, anche grazie all’attivismo dell’ambasciatore Giorgio Marrapodi. Il segretario generale della Farnesina Ettore Sequi ha incontrato il consigliere politico di Erdogan, Di Maio vedrà presto il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu e in settimana volerà di nuovo ad Ankara il direttore degli affari politici della Farnesina, Pasquale Ferrara”. Mosse particolarmente importanti cui si deve aggiungere un’altra precedente di qualche settimana, e cioè il viaggio del ministro della Difesa Lorenzo Guerini ad Ankara per incontrare il suo omologo Hulusi Akar. Il titolare della Difesa, che agli inizi di aprile si è recato a Istanbul incontrando non solo Akar, ma anche il ministro britannico, Ben Wallace, aveva ribadito la centralità dell’Alleanza Atlantica e il sostegno totale a Kiev, ma aveva anche espresso l’apprezzamento del governo italiano per il lavoro di mediazione della Turchia. Già in quell’occasione Guerini aveva aperto alla possibilità dell’Italia come Paese garante.

Per Recep Tayyip Erdogan, oggi impegnato in una nuova telefonata con Putin, si tratta di un momento molto importante della propria agenda estera. Il presidente turco aveva fatto il possibile per far sì che nella città di Antalya fossero presenti le due delegazioni russe e ucraine per un primo incontro diretto tra governi. Il vertice non aveva portato ai risultati sperati, ma ha comunque sancito una nuova fase della percezione di Ankara nell’ambito Nato. Nel frattempo, ha bloccato il Bosforo per nuove navi militari russe, ha chiuso i cieli agli aerei di Mosca diretti in Siria, ma ha sempre mantenuto un canale di dialogo con il Cremlino pur ribadendo l’avversione all’attacco russo in Ucraina. Una strategia che serve non solo a lui, ma anche ai partner atlantici, che quantomeno possono di aver spodestato l’asse franco-tedesco dal ruolo di primo piano nelle logiche internazionali sul conflitto. Sono potenze Nato ma non Ue a gestire davvero il dossier. E con cui Roma ha mantenuto rapporti sempre molto particolari in ambito mediterraneo.

Per l’Italia, che con Ankara ha avuto rapporti tesi nelle fasi iniziali di Draghi a Palazzo Chigi ma con cui condivide il nodo libico e il problema del gas, avere un rapporto più consolidato con Erdogan può essere utile per inserirsi in un contesto di mediazione da cui per adesso appare esclusa. Ma anche per evitare che l’ostilità con la Russia sul fronte energetico possa andare di pari passo con un eventuale allontanamento tra Roma e Ankara, visto che dalla Turchia passano importanti corridoi del gas. Il tentativo di inserimento italiano è difficile, ma conferma un dinamismo di Palazzo Chigi e della Farnesina nel provare a ristabilire una propria strategia anche sfruttando i sommovimenti della politica europea e atlantica. Tra cui rientra, inevitabilmente, anche il gioco del Sultano.

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