Dopo mesi di guerra diplomatica e di accuse reciproche fra la Turchia e l’Unione Europea, adesso Erdogan vuole ritornare a dialogare con Bruxelles. Che qualcosa fosse cambiato nella mente di Erdogan e del governo turco, era chiaro già dal summit della NATO delle scorse settimane. Mentre, infatti, l’Alleanza Atlantica si riuniva a Bruxelles, il 25 maggio, per discutere delle nuove sfide internazionali e della spesa militare, un altro incontro, tra Turchia e Unione Europea, stava avvenendo per rilanciare le relazioni diplomatiche.Dopo gli incontri del 25 maggio tra Tusk, Erdogan e Juncker, il prossimo round avverrà il 13 di giugno, quando i funzionari sia europei sia turchi si riuniranno nuovamente per confermare la ripresa del dialogo tra Ankara e Bruxelles. Un dialogo che da parte turca già si era voluto intraprendere all’inizio di maggio, quando, dopo settimane passate a lanciare accuse di “nazismo” all’Europa e di “islamofobia”, Erdogan inviò un messaggio distensivo a tutta l’Europa affermando che la Turchia aveva tutto l’interesse mantenere aperto il dialogo con l’Unione per definire il suo accordo di adesione. Un messaggio in cui si diceva non soltanto che la Turchia era sempre stata parte dell’Europa sia geograficamente che culturalmente e storicamente, ma anche che era necessario riprendere a dialogare sui grandi temi delle migrazioni, dell’unione doganale, dell’energia e dell’adesione.Cosa sia successo in queste settimane per far cambiare idea ad Erdogan sull’Unione Europea non è facile a dirsi. Sicuramente, i due elementi che hanno influito su questa scelta sono tati il rischio d’isolamento internazionale della Turchia e le frizioni che sono sempre più evidenti fra gli Stati Uniti e il governo di Ankara. Per evitare l’isolamento e per rispondere alla decisione americana di rifornire i curdi, l’opzione più semplice e nello stesso tempo più rischiosa di Erdogan era quella di ristabilire il dialogo con Bruxelles.Un dialogo che comunque appare tutt’altro che semplice in un momento come questo. La Turchia, dopo il referendum di Erdogan, ha assunto una deriva quasi autocratica e il suo sistema costituzionale non è in linea con il quadro di riferimento europeo sul rispetto della democrazia e dei diritti umani. Le purghe con cui il governo sta ripulendo le amministrazioni pubbliche e le forze armate nonché gli arresti di oppositori e presunti oppositori e la chiusura di giornali non allineati sono tutti fattori che determinano una certa diffidenza da parte di Bruxelles nel riprendere il dialogo.Nonostante le differenze di vedute, il Ministro per gli Affari Europei e Capo Negoziatore per l’Adesione della Turchia all’Unione Europea, Ömer Çelik, ha confermato questo mercoledì la volontà turca di riprendere il discorso sulla membership del Paese nell’Unione Europea. Secondo Çelik, l’Europa è un obiettivo strategico di Ankara, in particolare l’Unione doganale e l’implementazione dell’accordo sui rifugiati. Un accordo che rimane il nodo cruciale delle relazioni fra Turchia ed Unione Europea.L’Europa firmò con Erdogan un accordo con cui in cambio di un afflusso di miliardi di euro nelle case di Ankara e la liberalizzazione della circolazione dei cittadini turchi nel continente, la Turchia si impegnava nel bloccare la rotta che dalla Siria conduceva i rifugiati alle coste greche e quindi nella famigerata rotta balcanica. Tuttavia, il cambiamento in senso autoritario del sistema politico turco e il fatto che Erdogan si rifiutasse di adeguare la legislazione antiterroristica e penale agli standard minimi della comunità europea, sono stati motivo di ritardo negli accordi per le liberalizzazioni dei visti. Un tema centrale nella vita politica turca e soprattutto un motivo di vanto per il governo, che per anni ha sbandierato l’ipotesi dell’unione doganale e dei visti come di un traguardo certo delle politiche del Sultano.Secondo fonti del governo turco, su questo punto sembra che si sia giunti a una sorta di convergenza d’intenti e che si possa a breve arrivare a una riformulazione della legislazione antiterrorista. Il problema ora è che da parte europea non sembra esserci un grande interesse affinché questo processo di adesione avvenga rapidamente. Il motivo è che oggi la Turchia in Europa è considerata un problema per quasi tutti i cittadini europei. Cittadini, e quindi elettori, che vedono come una minaccia l’ingresso di un Paese così ambiguo nella lotta al terrorismo e che per anni ha minacciato tutto il continente con l’ingresso di milioni di clandestini e con l’assenza di controlli alle frontiere. In questo senso, già solo il fatto che si voti in Germania in autunno potrebbe essere un primo ostacolo a che questo processo si velocizzi. Erdogan ha fatto di tutto per bloccare il processo: ora è tempo che sia l’Europa a scegliere se e come farlo ricominciare. Altrimenti è un’altra sconfitta per Bruxelles e un’altra vittoria per il Sultano.

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