Gli Stati Uniti scendono in campo per la difesa della libertà religiosa nel mondo.

In attesa del primo summit ministeriale sul tema convocato per il 25 e 26 luglio a Washington dal Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, è stata l’ambasciatrice statunitense presso la Santa Sede, Callista Gingrich, a ribadire come la protezione dei diritti delle minoranze rappresenti “una priorità per l’amministrazione di Donald Trump”.

L’obiettivo del governo americano è quello di spingere sempre più governi ed istituzioni ad impegnarsi concretamente “per promuovere e garantire la libertà religiosa”. Una questione urgente, soprattutto alla luce dei dati allarmanti presentati nell’ultimo rapporto annuale del governo americano, che ha evidenziato come in ogni parte del mondo ormai, milioni di persone vengano discriminate, torturate o uccise a causa della propria fede. È stato questo il tema al centro del simposio “Defending international religious freedom: partnership and action”, promosso dall’ambasciata americana presso la Santa Sede, in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre e la Comunità di Sant’Egidio. Un incontro che riafferma “l’impegno globale degli Stati Uniti” in questo senso e che anticipa la riunione di Washington, il cui obiettivo primario è quello di “intraprendere passi concreti per limitare la violenza e proteggere i diritti delle minoranze”.   

I più colpiti dall’odio e dalla violenza fondamentalista sono i cristiani, seguiti a poca distanza dai fedeli musulmani. Ma tra le tante minoranze oppresse c’è anche quella yazida. Sono oltre 6mila le donne e i bambini appartenenti a questa confessione che dal 2014 sono stati rapiti, torturati, ridotti in schiavitù e sottoposti a qualsiasi tipo di violenza da parte degli uomini dello Stato Islamico. Circa 3mila sono ancora nelle mani dei jihadisti. Salwa Khalaf Rasho, una ventenne yazida che ha passato cinque mesi prigioniera del Califfato, parla di “genocidio” e chiede che ora le lacrime di commozione lascino il posto ad iniziative concrete volte a consentire il ritorno delle popolazioni ai loro villaggi, come la rimozione delle mine. Devono restare come un monito, invece, quelle sessanta fosse comuni ritrovate a Sinjar, perché un’indagine internazionale condotta sotto l’egida delle Nazioni Unite possa punire i responsabili di quei crimini.

Al vasto mosaico delle persecuzioni si aggiungono quelle subite dalla comunità musulmana Rohingya o le vittime della legge sulla blasfemia in Pakistan. Neppure l’Occidente, ha ricordato il cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, è immune dalla tentazione latente di “impedire” o quantomeno “limitare l’esercizio della libertà religiosa”. Per questo è importante, ha ammonito, “non ripetere gli errori del passato, quando, seppur in buona fede, si è preteso di esportare la democrazia in alcuni Paesi”.

Oggi difendere questo diritto fondamentale per gli individui rappresenta una sfida prioritaria sia per gli Stati Uniti, sia per la Santa Sede, assicura l’ambasciatrice Gingrich. Dove c’è libertà religiosa, infatti, le società sono più stabili e prospere. Per questo, ha detto il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, intervenendo a margine del convegno, “ogni iniziativa intrapresa in questo ambito è un’iniziativa giusta, che va appoggiata”. “Considerando le sfide della situazione attuale non posso che sperare che questi sforzi possano alleviare la sofferenza di tutti coloro che sono colpiti da discriminazione, persecuzione e addirittura dal martirio per la loro affiliazione religiosa o etnica”, ha detto il segretario di Stato vaticano a proposito del summit promosso dagli Stati Uniti.   “Vorremmo che le religioni diventassero fattori di pace e che attraverso un serio dialogo interreligioso offrissero soluzioni ai conflitti”, ha spiegato Parolin.

A plaudere agli sforzi dell’amministrazione Trump è anche monsignor Khaled Akasheh, del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso: “L’accordo tra leader religiosi e leader politici è importante, altrimenti il nostro lavoro resta limitato”. “L’iniziativa del segretario di Stato americano, quindi, è importante per accendere i riflettori su una questione molto urgente: ci auguriamo che possa avere successo e che conduca ad iniziative concrete e condivise”, ha concluso il religioso di origine giordana.

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