Ursula von der Leyen forse finalmente ha capito che la stabilizzazione politica è una priorità più importante della pretesa della parità di genere tra i membri della sua Commissione come presupposto per una sua effettiva partenza. Nelle ultime settimane il processo di designazione dei membri della Commissione destinata a raccogliere il mandato di quella guidata da Jean-Claude Juncker si è prima incagliato e poi completamente avvitato su sè stesso.

I motivi sono numerosi. Primo fra tutti il conflitto aperto tra il Presidente francese Emmanuel Macron e il Parlamento europeo, principalmente nella sua componente popolare, che non ha digerito lo schiaffo del rifiuto francese del meccanismo degli Spitzenkandidaten. Il Ppe ha guidato la fronda europea contro Macron che ha condotto alla bocciatura del designato “supercommissario” all’Industria, la Difesa e lo Spazio Sylvie Goulard, terza bocciata da Strasburgo dopo la romena Rovana Plumba e l’ungherese Laszlo Trocsanyi. In secondo luogo ha pesato, di riflesso, l’instabilità della “maggioranza Ursula”, i cui tre partiti-guida (Ppe, Partito socialista europeo e liberali macroniani di Renew Europe) hanno iniziato a litigare ferocemente, rischiando di subire ulteriori defezioni dopo quelle sul primo voto di conferma della von der Leyen. Quest’ultima non ha fino ad ora dimostrato le capacità di mediazione adatte a compattare la coalizione in suo sostegno e a cercare la sponda, oramai giudicata fondamentale, dei Verdi europei.

Solo dopo che il presidente dell’Europarlamento David Sassoli ha affermato che non solo è a rischio il processo di ratifica della Commissione entro l’anno in corso ma che, inoltre, l’Europa rischia la paralisi completa la von der Leyen si è decisa ad agire in maniera più politica. In primo luogo cercando di venire a patti col Partito popolare europeo che, di fatto, è il gruppo di riferimento della sua Unione cristiano-democratica (Cdu) e rimane il maggior gruppo europeo nonostante il ridimensionamento del maggio scorso. Von der Leyen si trova di fronte alla necessità di raggiungere la capacità di mediazione del suo ex cancelliere, Angela Merkel,ristabilendo la leadership tedesca in un partito che inizialmente pensava a un suo connazionale, il bavarese Manfred Weber, come capo della Commissione.

La von der Leyen mira a fare da anello di congiunzione tra il Ppe e Macron abdicando alla pretesa della parità di genere dopo che il capo dell’Eliseo ha proposto in sostituzione della Goulard il supermanager ed ex ministro dell’Economia di Jacques Chirac (2005-2007) Thierry Breton. Breton, 64 anni, ha all’attivo nel suo curriculum ottime gestioni che hanno invertito le sorti difficili di gruppi come Orange (telefonia) e Thomson Multimedia (elettronica), e dal 2008 dirige Atos, colosso francese dei servizi It. La candidatura di un uomo vicino alla destra gaullista francese è vista da Macron come una mossa per smussare le rigidità del Ppe verso la Francia e, dato il background di Breton, strizzare l’occhio all’industria e alla finanza francesi che stanno perdendo fiducia nei suoi confronti. La von der Leyen dovrà essere in grado di fermare la questione di principio del Ppe, che vuole uno scorporamento del maxi-commissariato per evitare di dare eccessivi poteri a Parigi.

Un ulteriore fronte di dialogo è stato aperto invece con i Verdi, decisivi nell’affossamento della Goulard, che la von der Leyen mira a incontrare a cadenza bisettimanale per vagliare il loro appoggio alle misure della sua Commissione. I Verdi hanno mostrato scetticismo in materia di agenda digitale e transizione ecologica, principalmente per la loro mancata rappresentazione nell’esecutivo Ue. La Commissione von der Leyen partirà sicuramente azzoppata rispetto alle aspettative iniziali: il suo presidente designato ha deciso di mettersi in gioco direttamente solo quando a essere messa in discussione era la sua effettiva conferma. Il rompicapo comunitario potrebbe riservare ancora sorprese nelle settimane a venire.

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