Jean Luc Mélenchon è reduce da un risultato che può rappresentare la base di una prospettiva. La France Insoumise ed il suo leader sono andati ad un passo dal secondo turno del double ballot, dimostrando come la sinistra massimalista possa puntare ad essere maggioritaria.

Normale, dunque, che adesso Mélenchon si prepari ad una vera e propria opa su tutto quel che rimane della sinistra francese, considerando lo spostamento a destra di Emmanuel Macron che non è più il leader post-socialista di cinque anni fa, bensì un presidente della Repubblica centrista, post-ideologico ed in grado di attrarre tanto i consensi dei cittadini di centrosinistra quanto quelli dei cittadini di centrodestra, e la scomparsa del Partito socialista.

La “gauche quinoa” – com’è stata ribattezzata la base elettorale di Mélenchon – può contare soprattutto sui giovani universitari e post-universitari. La stratigrafia elettorale immortala un dato che rischia di sfuggire ma che è essenziale per comprendere da che parte potranno andare i francesi nei prossimi anni: le giovani generazioni, una volta entrate nel mondo del lavoro, tendono a votare per i partiti populisti (Marine Le Pen ha battuto Macron in questa specifica fascia nel secondo turno, seppur di poco) ed anti-sistema. Quelli in grado di promettere uno stravolgimento delle logiche esistenti. Il che si riflette pure in chiave geopolitica: la posizione dei lepenisti e della sinistra massimalista sulla guerra in Ucraina non è così difforme.

La sensazione è che le motivazioni dei giovani (quelli che tra i 18 ed i 24 anni hanno preferito l’inqulino dell’Eliseo) cambino con la scoperta di non vedere riconosciuti titoli ed esperienze a livello professionale. E Mélenchon, nel suo programma elettorale, aveva previsto anche una sorta di reddito di cittadinanza dedicato alla gioventù transalpina rimasta fuori dal mercato del lavoro: circa 1063 euro mensili. Una forma di assistenzialismo che servirebbe anche a placare la rabbia sociale giovanile.

Mélenchon ha basato la sua performance elettorale anche sui voti delle periferie e sulle preferenze delle persone di fede musulmana, compresi gli imam radicali che hanno voluto pronunciarsi in pubblico sulle loro scelte elettorali. Se i cattolici, in specie quelli tradizionalisti, vedono la France Insoumise come un passo nel baratro per l’identità francese, buona parte dei migranti di seconda e terza generazione, che non hanno alcun tipo di problema a sostenere la necessità di una società sempre più multiculturale, pensano che Mélenchon possa essere la soluzione alla rabbia sociale che attraversa la Francia profonda e non solo. E questi sono soltanto alcuni motivi del perché Mélenchon possa essere considerato un leader prospettico.

Nel mese di giugno, in Francia, si terranno le elezioni per eleggere l’assemblea legislativa. Un appuntamento fondamentale soprattutto per Macron: se En Marche! non dovesse conquistare la maggior parte dei seggi, il prossimo governò sarà costretto quantomeno ad una coabitazione. E Mélenchon, dopo il risultato del primo turno delle presidenziali, vuole estendere il suo bacino elettorale – così come ripercorso dall’Agi – dando vita ad un cartello elettorale che racchiuda tutte le sinistre d’Oltralpe, siano esse operaiste, ecologiste, socialiste e così via.

Mélenchon non deve per forza di cose arrivare primo alle legislative: gli basta svolgere la stessa funzione di “ago della bilancia” – come lo ha definito Le Figaro – che ha già ricoperto alle presidenziali, obbligando Macron ad affrontarlo sul suo stesso terreno. Il presidente della Repubblica francese, per l’intera durata della campagna elettorale del secondo turno, non ha fatto altro che parlare di ecologia, arrivando pure a promettere l’istituzione di un ministero apposito.

Sarà interessante comprendere se e come in Europa la sinistra populista, perché di questo parliamo quando parliamo della France Insoumise, vorrà provare ad imitare Mélenchon. Per ora questo fenomeno politico resta circoscritto sul piano nazionale.

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