Colpevole di terrorismo e dunque riconosciuto mente di uno dei più gravi attacchi perpetuati contro obiettivi americani, pur tuttavia non colpevole di omicidio: è questo il verdetto della Giuria Federale che a Washington, nelle scorse ore, ha condannato Ahmed Abu Khattala, il cittadino libico che già da diversi anni è il principale sospettato per quanto accaduto a Bengasi nel settembre 2012 quando, presso il consolato statunitense della seconda città libica, durante un attacco terroristico è rimasto ucciso l’ambasciatore USA Christopher Stevens, assieme anche ad altri tre connazionali. Khattala è stato catturato in Libia nel 2014 e, da allora, è stato detenuto negli Stati Uniti in attesa del processo; nelle scorse ore dunque il verdetto: dei 15 capi d’imputazione pendenti su di lui, ha ‘resistito’ soltanto quello inerente l’accusa di terrorismo, mentre tutti gli altri sono stati archiviati tra cui quello più importante che lo vedeva imputato per omicidio.

L’attentato che fece vacillare la presidenza Obama

Una data simbolica ed un atto che ha destato profonda commozione e sconcerto negli USA: è stato questo il mix di emozioni vissute negli States quando, l’11 settembre 2012, i principali network hanno puntato le telecamere su Bengasi mostrando le immagini del consolato in fiamme. La mente di tutti, in quella giornata, è andata non solo all’anniversario dell’attacco alle torri gemelle, ma anche alla dinamica degli attentati nelle ambasciate USA di Nairobi e Dar Es Salam del 1998, primo importante colpo ad obiettivi sensibili americani all’estero orchestrato da Al Qaeda; alla fine di quella drammatica giornata di settembre di oramai cinque anni fa, gli Stati Uniti hanno contato quattro morti, tra cui il proprio ambasciatore nel paese nordafricano. Un episodio che inevitabilmente ha scosso il paese, il quale si stava tra le altre cose preparando alla campagna elettorale per le presidenziali del novembre di quell’anno; Barack Obama, che correva per la riconferma sfidando Mitt Romney, è uscito indebolito dall’attacco contro il consolato di Bengasi.

Segretario di Stato all’epoca era Hillary Clinton, principale bersaglio della critica con soprattutto i repubblicani che puntavano il dito contro l’ex first lady per una gestione giudicata inadeguata dell’intera faccenda; ma non solo: negli anni successivi, diverse inchieste hanno tirato in ballo la Clinton sia per il singolo episodio di Bengasi, che per il suo appoggio dato ai cosiddetti ‘ribelli’ libici in funzione anti Gheddafi, decisivo per far piombare il paese nordafricano nel caos. Nel novembre 2012 Barack Obama è riuscito a vincere le elezioni, ma alla Segreteria di Stato nella sua nuova amministrazione è andato John Kerry, il quale ha sostituito la Clinton e, forse, alla base di questa decisione ha contribuito anche la morte dell’ambasciatore americano in Libia; nel 2013 alcuni documenti resi pubblici dalla ABC, hanno portato alla luce anche dei tentativi di insabbiamento di alcune negligenze imputate alla Segreteria di Stato USA. Il peso dell’attentato di Bengasi, ha avuto risvolti anche nella recente campagna elettorale, dove Trump ha spesso accusato la Clinton di essere inadatta al ruolo di Presidente proprio per la presunta inadeguatezza nella gestione del caso del 2012.

Chi è Ahmed Abu Khattala

Anche se sono caduti 14 dei 15 capi d’imputazione, a Khattala comunque la condanna per terrorismo potrebbe costargli 60 anni di prigione; la sentenza delle scorse ore pronunciata a Washington, ha riconosciuto al libico un ruolo importante nell’organizzazione dell’attentato e nella ‘guida morale’ del gruppo che ha poi materialmente attaccato la sede diplomatica. Pur tuttavia, i giudici non hanno ritenuto sufficienti le prove contro di lui per l’accusa di omicidio; chi dunque ha provocato nei fatti la morte di Christopher Stevens, non ha al momento né nome e né cognome. L’ambasciatore, secondo il rapporto degli inquirenti che hanno ricostruito i momenti dell’attacco, sarebbe morto per asfissia: fatali per lui i colpi di mortaio contro la sede diplomatica sparati dai miliziani libici, i quali hanno provocato un incendio che non ha lasciato scampo; il tutto è avvenuto nel giro di tredici ore, da quando cioè sono iniziate le prime avvisaglie dell’attacco, poi la situazione è degenerata fino al caos che ha comportato il decesso dei quattro funzionari americani.

La figura di Ahmed Abu Khattala è emersa già prima della guerra civile libica; nato a Bengasi, cresciuto nel capoluogo della Cirenaica, un articolo del 2013 del New York Times scopre che la sua occupazione era quella di imprenditore edile ma, dai primi anni 2000, è stato rinchiuso all’interno del carcere di Tripoli in quanto accusato di sostegno all’estremismo islamico. Pur tuttavia, nonostante le sue idee fondamentaliste, non è mai stato affiliato ad alcun gruppo; con lo scoppio della guerra anti Gheddafi e con l’inizio dei bombardamenti NATO sulla Libia, Khattala ha fondato un gruppo di miliziani armati che ha per diversi mesi combattuto contro le forze governative a Bengasi. L’avvocato difensore di Khattala, durante il processo negli USA, ha sostenuto che il suo assistito non è mai stato un terrorista, bensì un patriota; ma i giudici, sotto questo profilo, hanno dato ragione all’accusa: Khattala ha operato come terrorista e, da fondatore di una milizia di Bengasi, ha guidato l’attacco costato la vita all’ambasciatore americano. Nella sentenza, emerge tutta la contraddizione della posizione USA su Gheddafi: la Corte Federale ha condannato Khattala per la stessa tipologia di reato che, durante il governo del colonnello, ha contribuito a tenere in carcere in Libia il cittadino libico.

Un islamista che ha combattuto con la protezione dei bombardamenti NATO e che, ad un anno dalla fine di Gheddafi, ha contribuito all’uccisione dell’ambasciatore USA: quella di Khattala è una delle tante storie che compongono il puzzle degli errori compiuti in occidente negli ultimi anni in Medio Oriente.

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