Se l’11 settembre 2001 gli occhi del mondo erano tutti proiettati su New York per via di quanto accaduto in seguito agli attentati delle torri gemelle, il 12 settembre invece in tanti hanno iniziato a guardare ad Islamabad ed alle decisioni che da lì a qualche ora era chiamato a prendere il governo pakistano circa il proprio rapporto con gli USA, specie quando è sembrato poi imminente l’attacco di Washington nei confronti dei talebani nel vicino Afghanistan; in un’affollata conferenza stampa l’allora presidente, Pervez Musharraf (al potere da due anni dopo un colpo di Stato militare), ha dato la disponibilità del Pakistan all’appoggio dei piani americani in nome della lotta al terrorismo, provocando vivaci proteste di milioni di cittadini contrari ad un tale orientamento. Da allora, il paese è sembrato essere un vero e proprio giardino di casa degli USA, con il governo locale che spesso ha chiuso un occhio sugli sconfinamenti dei droni e degli aerei a stelle e strisce all’interno del proprio territorio per bombardare presunti covi talebani. Oggi la situazione appare ben diversa, con Islamabad sempre più orientata verso l’alleanza strategica con Pechino.

Pakistan – Cina, un rapporto che parte da lontano

L’idea di un governo pakistano nettamente filo USA ed agganciato agli aiuti militari e finanziari di Washington, negli ultimi anni è stata progressivamente smentita dai fatti che vedono la Cina sempre più vicina al Pakistan tra investimenti in infrastrutture e rapida crescita dei commerci tra i due paesi; in realtà, il rapporto che lega i due paesi ha origini molto remote e che risalgono addirittura al 1951, anno in cui da Karachi (Islamabad ancora non era stata fondata) le autorità del paese islamico hanno riconosciuto il governo di Pechino come unico rappresentante della Cina, quando invece ancora la maggioranza dei paesi riconosceva l’esecutivo di Taipei. Ma non solo: nel 1972 Richard Nixon ha visitato la Cina in uno storico viaggio che ha di fatto inserito nuovamente Pechino all’interno del contesto internazionale e pare che, alla base di quella trasferta cinese dell’allora inquilino della Casa Bianca, vi sia stata per l’appunto la mediazione decisiva del Pakistan. 

Due paesi uniti e da sempre amici, un sentimento che parte dalle rispettive opinioni pubbliche prima ancora che dai governi: diversi sondaggi negli ultimi anni, indicano come i cinesi considerano il Pakistan come un paese ‘fratello’ e che la considerazione del paese sia tanto alta da farne la nazione straniera più popolare in Cina; allo stesso modo, i pakistani considerano i cinesi come i nemici del proprio nemico, essendo storici rivali politici e militari dell’India, paese che certo non gode delle simpatie dell’opinione pubblica del paese asiatico. Oggi questi rapporti sono sempre più stretti, specie da quando il Pakistan all’interno del grande progetto della ‘nuova via della seta’ ha iniziato assumere un ruolo cruciale se non addirittura decisivo; Pechino, facendo leva sui rapporti decennali con Islamabad, vuol sfruttare la costa pakistana come proprio sbocco sull’oceano indiano ed il tutto ha iniziato ad avere una connotazione concreta con la costruzione del porto di Gwadar, il quale permette adesso alle merci cinesi dirette nel Mediterraneo di evitare il lungo e delicato giro dallo stretto di Malacca.

Imram Khan: “Stop agli USA, stacchiamoci dall’influenza americana”

Nella politica pakistana si stanno vivendo giorni abbastanza convulsi e turbolenti: il premier Nawaz Sharif, storica figura politica del paese, si è dimesso dal suo ruolo di primo ministro lo scorso 28 luglio aprendo una crisi di governo solo in parte colmata con la nomina di Shahid Khaqan Abbasi come titolare dell’esecutivo; per Sharif, già in carica negli anni 90 prima dell’avvento di Musharraf, sono state fatali le indiscrezioni trapelate sui Panama Papers e le successive condanne per corruzione scaturite dalle successive indagini. Abbassi fa parte dello stesso partito dell’oramai ex premier, poco o nulla quindi cambia nella linea politica del paese pur tuttavia la repentina caduta di Sharif accelera i tempi delle più che probabili elezioni anticipate a cui prenderà parte, con candidatura già annunciata, Imram Khan. Fondatore del partito ‘Movimento per la Giustizia’, Khan è un’autentica celebrità nel suo paese, popolare da tanti anni per essere stato capitano della nazionale di cricket.

Non è questo un fatto assolutamente secondario: il cricket è lo sport più seguito in Pakistan, le partite riescono a monopolizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e le vittorie della locale nazionale vengono celebrate con caroselli per le strade; Imram Khan è stato il migliore interprete pakistano di questa disciplina, uno dei migliori al mondo di sempre e già negli anni 80 era talmente venerato dai tifosi che, quando ha annunciato il ritiro nel 1988, lo stesso governo ha pressato in favore di un suo rientro in vista dei mondiali del 1992. Imram Khan non solo ha deciso di rientrare ma, da capitano, ha anche alzato l’unica Coppa del Mondo di cricket che il Pakistan è riuscito a vincere battendo a Melbourne l’Inghilterra; da allora, la sua fama e la sua popolarità hanno iniziato ad andare ben oltre l’ambito sportivo tanto che è già nel 1996 che ha potuto iniziare la sua attività politica ed adesso aspira a diventare primo ministro.

Raggiunto nella sua casa di Islamabad da Sune Engel Rasmussen, corrispondente del The Guardian dalla capitale pakistana, Imram Khan si è detto pronto a guidare il paese ed ha indicato quella da lui ritenuta come la migliore ricetta per il Pakistan in politica estera: “Dobbiamo tirarci fuori dall’influenza americana per creare prosperità – ha affermato nel colloquio con il giornalista – Purtroppo la nostra élite ha preso Dollari dagli USA facendo entrare il paese in una guerra che ha creato solo odio e non ha combattuto il terrorismo”. Parole non certo tenere verso Washington, accusata apertamente di aver contribuito a destabilizzare il paese e di aver disilluso i pakistani circa i propri intenti di lotta all’estremismo soprattutto nelle cosiddette ‘zone tribali’ del Waziristan.

Islamabad sempre più verso Pechino

Pur se popolare e rispettato in tutto il Pakistan, la corsa di Imram Khan alla vittoria elettorale è tutt’altro che semplice: il partito di Sharif, la Lega Musulmana del Pakistan, parte da una maggioranza di 188 deputati su 340 membri dell’attuale parlamento a fronte dei 33 invece della formazione dell’ex campione di cricket; nonostante la condanna per corruzione di Sharif, l’attuale esecutivo potrebbe conservare una solida maggioranza o cercare agevolmente eventuali futuri alleati. Le parole di Khan però, a prescindere dagli esiti elettorali, suonano come emblematiche nel contesto politico pakistano: in primis, se un leader così popolare si spinge ad accusare apertamente gli USA, allora vuol dire che nel paese asiatico l’insofferenza verso una guerra ai talebani che non accenna a finire è sempre più crescente; in secondo luogo, la Cina sembra avere in ogni caso il consenso sia dei partiti di governo che dell’attuale opposizione.

E’ bene infatti ricordare che anche l’esecutivo di Sharif, pur continuando l’alleanza con gli USA in chiave militare, non ha mai fatto mancare il sostegno a Pechino riguardo i progetti cinesi della nuova via della seta e delle grandi infrastrutture attualmente in costruzione; comunque vada quindi, anche sotto la spinta di un’opinione pubblica molto attiva ed attenta e soprattutto stanca di guerre e soldi spesi in nome di un antiterrorismo che in sedici anni non ha dato alcun frutto, Pakistan e Cina saranno più che mai vicini. Lentamente la comunanza d’intenti tra Islamabad e Pechino sta erodendo l’immagine di un Pakistan filo statunitense ed al contrario le dinamiche sopra descritte potrebbero farne uno Stato più che mai vicino agli interessi della confinante potenza.

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